Vivere bene accanto agli altriLibellus Relazioni Psicologia
L'altro non è una versione difettosa di te — il divario di prospettiva, e perché mettersi nei suoi panni non basta
Ciascuno di noi vive la propria visione del mondo non come una visione, ma come la realtà stessa: la nostra costruzione è l'unica cosa che non ci appare come una costruzione. Da lì può seguire, quasi senza accorgersene, che chi la pensa diversamente ci appaia mal informato, irrazionale o in malafede — mentre l'altro, guardando noi, può fare il calcolo speculare. Può alimentare parecchi conflitti quotidiani, e la sua correzione non è quella che ci hanno insegnato: in venticinque esperimenti, immaginarsi nei panni dell'altro non ha aumentato sistematicamente l'accuratezza, con un piccolo effetto medio negativo. Ciò che ha funzionato, in quel compito di accuratezza, è più povero e più faticoso — chiedere, e ascoltare la risposta.

🎧 19 min — su un pretest di 336 persone, due terzi credevano che immaginare la prospettiva altrui rendesse più accurati: in venticinque esperimenti non accade, e chiedere sì — ma quel confronto diretto viene da un solo esperimento, su 104 coppie. Dal ponte sullo Hao ai dati italiani, perché il dissenso ci appare come un difetto dell’altro — e perché la diagnosi regge molto più della cura.
Nel quarto secolo prima di Cristo, due uomini camminano su un ponte sul fiume Hao. Uno dei due, Zhuangzi, guarda giù e dice: «I pesciolini escono a nuotare tranquilli — questa è la gioia dei pesci». L’altro, che si chiama Huizi ed è il suo amico e il suo avversario in ogni discussione, gli fa la domanda che chiuderebbe la faccenda: «Tu non sei un pesce. Come fai a sapere qual è la gioia dei pesci?»
La risposta di Zhuangzi è la mossa che tutti abbiamo usato almeno una volta: «Tu non sei me. Come fai a sapere che io non lo so?»
E qui la storia, se finisse, sarebbe un aneddoto sveglio. Ma non finisce, e la parte che quasi nessuno cita è quella che conta. Huizi accetta l’obiezione e la rivolta: «Io non sono te, e infatti non ti conosco. Ma tu di certo non sei un pesce — e che tu non conosca la gioia dei pesci è cosa completa». Se la simmetria vale, vale contro entrambi. Il sipario dovrebbe calare su un pareggio di ignoranze.
Zhuangzi allora fa una cosa che non è una controreplica. Cambia il piano: «Torniamo all’origine. Quando mi hai chiesto da dove sapessi la gioia dei pesci, chiedendomelo sapevi già che io lo sapevo. Io lo so da qui, dallo Hao.»
Non è un gioco di parole, anche se ne ha la forma. Huizi aveva chiesto in che modo si può conoscere una mente che non è la propria; Zhuangzi risponde indicando un luogo. Non ha risolto il problema di come si entra in un pesce. Ha detto che quel problema non si risolve entrandoci: si risolve stando su un ponte, insieme a qualcuno, a guardare la stessa acqua.
Ventitré secoli dopo, un esperimento su centoquattro coppie avrebbe prodotto un risultato che a quel dialogo somiglia molto: chiedere al partner rendeva più accurati che immaginarne la prospettiva. Non è una dimostrazione di Zhuangzi — è un’analogia, ed è scomoda nello stesso modo.
Cos’è: la costruzione che non si vede, perché ci si guarda attraverso
Il realismo ingenuo è la convinzione, quasi mai esplicita e quasi sempre operante, che le nostre percezioni e i nostri giudizi siano un accesso diretto ai fatti, e non una lettura fra le possibili. Lee Ross e Andrew Ward, che negli anni Novanta gli hanno dato il nome che porta oggi in psicologia sociale, lo hanno descritto come una convinzione a tre gradini. La formulazione più pulita è quella che Emily Pronin e lo stesso Ross ne hanno dato dieci anni dopo, sulle pagine della Psychological Review: crediamo di vedere il mondo come è; ci aspettiamo che gli altri, se ragionevoli, vedano lo stesso; e quando non accade, ne concludiamo che l’altro è mal informato, oppure pigro, oppure prevenuto.
Il primo gradino è innocuo. Il secondo è già un’ipotesi. Il terzo, quello che facciamo tutti i giorni, è un’accusa — e ha tre rami, di cui solo il primo è benevolo: ha visto informazioni diverse dalle mie è una spiegazione, non è capace di ragionare e è accecato dal suo interesse sono verdetti morali travestiti da diagnosi.
C’è un modo esatto per dire perché il primo gradino ci riesce così naturale, e viene dalla filosofia della percezione, dove si chiama trasparenza: quando provo a introspezionare la mia esperienza, non trovo l’esperienza — trovo il mondo. Il vetro attraverso cui guardo è così pulito da sembrare aria. Nessuno di noi ha mai visto la propria lente da fuori: possiamo dedurre che ci sia, non possiamo guardarla. E una lente che non si vede non viene mai scambiata per una lente. Viene scambiata per la finestra.
Da qui viene il nome della lezione, e la sua parte controintuitiva. Se la mente dell’altro fosse una versione difettosa della mia — la stessa mia, con qualche pezzo mancante o storto — allora avrei una strategia: partire da me e correggere. È esattamente quello che facciamo, ed è esattamente ciò che non funziona.
Perché il realismo ingenuo viene descritto come una proprietà del punto di vista e non come un tratto caratteriale?
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Parte I — Le radici: una parola del 1949, e il difetto che dà il titolo
Ichheiser, e la frase che contiene già tutto
Nel 1949 l’American Journal of Sociology pubblica un supplemento monografico di circa settanta pagine — non un articolo di dieci, come si legge in giro — firmato da Gustav Ichheiser, sociologo austriaco emigrato negli Stati Uniti, e intitolato Misunderstandings in Human Relations. A pagina 39 c’è una frase che vale l’intera lezione:
Tendiamo a risolvere la nostra perplessità […] dichiarando che quegli altri, in conseguenza di qualche difetto intellettuale e morale di fondo, non riescono a vedere le cose «come realmente sono» […]. Con ciò implichiamo, naturalmente, che le cose sono di fatto come noi le vediamo, e che i nostri modi sono i modi normali.
La parola che Ichheiser usa è defect. Il titolo di questa lezione è nato senza sapere che stava traducendo una riga del 1949.
Una nota di onestà su questa citazione, perché è portante. Il fascicolo originale del 1949 non è accessibile, ed è anteriore all’epoca in cui alle pubblicazioni si assegnavano identificativi stabili: la ricerca nei registri bibliografici restituisce, con un titolo abbastanza simile da trarre in inganno, un altro saggio di Ichheiser del 1951. Il verbatim qui sopra viene da dove qualcuno l’ha davvero letto e stampato: l’esergo con cui Pronin e Ross aprono il loro articolo del 2004, con l’indicazione della pagina.
Asch, e il problema dell’oggetto di giudizio
Il debito più antico è verso Solomon Asch — non l’Asch famoso dei bastoncini e del conformismo, ma quello precedente, del 1940, che studiava come si formano i giudizi di valore. La sua osservazione è sottile e vale ancora: quando due persone valutano diversamente la stessa cosa, spesso non stanno dando giudizi diversi sullo stesso oggetto — stanno giudicando due oggetti diversi, perché ciascuno ha interpretato la cosa a modo suo prima ancora di valutarla. Il disaccordo che sembra riguardare i valori riguarda in realtà ciò che si crede di avere davanti.
È il concetto che negli anni Novanta prenderà il nome tecnico di construal, la costruzione: non ciò che accade, ma ciò che per me è accaduto.
Il primo esperimento, e la sua fragilità
Nel 1995 Robinson, Keltner, Ward e Ross pubblicano lo studio fondativo del realismo ingenuo in versione misurabile. Prendono due gruppi di studenti in disaccordo profondo — pro-choice e pro-life sull’aborto, e in un altro studio le opposte letture di un fatto di cronaca razziale — e chiedono a ciascuno due cose: che cosa pensi tu, e che cosa pensa l’altra parte.
Il divario reale c’era. Ma il divario immaginato era molto più grande di quello reale. Ciascuno collocava l’avversario più lontano di quanto l’avversario fosse.
Questo risultato ha una conseguenza che rovescia metà di ciò che si racconta di solito sul tema. Il realismo ingenuo non ha una faccia sola — non vedo la tua prospettiva — ma due, e la seconda è immagino la tua prospettiva più aliena di quanto sia. E le conseguenze della seconda sono altrettanto brutte: ci si crede reciprocamente irraggiungibili, e si evita proprio la conversazione che rivelerebbe quanto terreno comune c’era.
Va detto subito quanto questo anello sia fragile rispetto a quanto pesa: campioni fra i venticinque e i sessantasei studenti di Stanford, nel 1995, senza che ne sia mai stata pubblicata una replica diretta. È la base sperimentale più citata di questa lezione, ed è anche la meno solida: quando più avanti userò numeri robusti, verranno da altri studi.
Un dettaglio che il campo stesso ha imparato a sue spese
Nel 2014 esce su Science uno studio che dimostrava che una breve conversazione porta a porta poteva cambiare durevolmente gli atteggiamenti verso le persone gay. Era il risultato più bello che questo campo avesse mai prodotto. Era fabbricato, e venne ritirato. A scoprire la frode furono due giovani ricercatori che stavano provando a costruirci sopra, David Broockman e Joshua Kalla — che poi, invece di abbandonare la domanda, andarono a produrre il risultato genuino di cui parlerò nella Parte V.
Lo metto qui, all’inizio e non in fondo, perché è la ragione per cui in questa lezione ogni numero porta la sua fonte e ogni fragilità è dichiarata: su questo esatto argomento, la letteratura ha già mentito una volta.
Che cosa aggiunge lo studio di Robinson e colleghi del 1995 alla descrizione classica del realismo ingenuo?
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Parte II — Il meccanismo: perché la lente non è ispezionabile dall’interno
L’esperimento del mazzo di carte truccato
A Lund, in Svezia, nel 2005, centoventi persone si siedono davanti a uno sperimentatore che mostra loro due fotografie di volti femminili e chiede quale trovino più attraente. Il partecipante indica. Lo sperimentatore gli porge la foto scelta e gli chiede di spiegare perché.
Solo che in trecentocinquantaquattro prove, con un gioco di prestigio da tavolo, la foto porta è l’altra. Quella scartata.
Le persone se ne accorgono nel tredici per cento dei casi. Nell’ottantasette per cento restante prendono in mano il volto che avevano rifiutato pochi secondi prima e spiegano con naturalezza perché lo hanno preferito — «mi piacciono i capelli», «ha un’aria più dolce». E quando l’esperimento viene rifatto senza pressione di tempo, lasciando guardare quanto si vuole, la quota di chi se ne accorge non supera comunque il ventisette per cento.
Questo fenomeno si chiama cecità alla scelta, ed è stato replicato in contesti molto diversi — opinioni politiche, decisioni finanziarie, riconoscimenti di testimoni oculari. Il punto non è che siamo distratti. Il punto è che il risultato è compatibile con una costruzione a posteriori: dovendo spiegare una preferenza, se ne produce una motivazione plausibile. Che cosa esattamente accada nella memoria di chi la produce, l’esperimento non lo stabilisce.
Che cosa possiamo davvero dire di sapere di noi stessi
La versione forte di questa idea — non abbiamo alcun accesso ai nostri processi mentali — viene da un articolo del 1977 di Nisbett e Wilson che è fra i più citati della psicologia. Ed è stata attaccata da più direzioni: i resoconti raccolti mentre si sta pensando restano informativi, ed è quello retrospettivo sulle cause a essere inaffidabile; altri sostengono che l’accesso sia selettivo e dipendente dal dominio, non assente.
La versione difendibile, quella che userò, è più stretta e basta a tutto ciò che serve qui: abbiamo accesso ad alcuni dei nostri stati e delle nostre inclinazioni, e un accesso molto più povero ai processi che li producono. I nostri resoconti retrospettivi sulle cause del nostro comportamento sono teorie ragionevoli su noi stessi più che osservazioni.
L’asimmetria che conta davvero
Ed è qui che la lezione trova il suo meccanismo. Di me stesso ho a disposizione un flusso continuo di intenzioni, dubbi, ripensamenti, attenuanti. Di te ho a disposizione ciò che fai e ciò che dici. Sono due tipi di dati non commensurabili, e li confrontiamo tutto il giorno come se lo fossero. Emily Pronin lo ha condensato in una riga difficile da migliorare: giudichiamo gli altri in base a ciò che vediamo, e noi stessi in base a ciò che pensiamo e sentiamo.
Due fatti la sostengono, e sono di natura diversa. Il primo è informativo: sui miei stati interni ho dati che su di te non avrò mai. Il secondo è quasi banalmente fisico: per come è fatto l’apparato visivo umano, io non sono quasi mai nel mio campo visivo, e tu ci sei sempre.
Una precisazione tecnica che va fatta, perché senza di essa questa parte sarebbe scorretta. L’idea che tipicamente si aggiunge a questo punto — noi spieghiamo il nostro comportamento con le situazioni e quello altrui con il carattere — è un’affermazione diversa da quella che ho appena fatto, e non regge alla verifica: la tornerò a smontare nella Parte III. Quella che regge riguarda l’accesso all’informazione, non la previsione di quale spiegazione sceglieremo. Sono due anelli distinti, e il primo può essere solido anche se il secondo si è rotto.
Vale la pena notare da dove viene questo risultato: il terzo autore è Nicholas Epley, cioè uno dei ricercatori che hanno costruito il campo del perspective taking. Non è una demolizione arrivata da fuori. È il campo che, cercando per venticinque esperimenti la condizione in cui la propria ricetta avrebbe funzionato, ha dichiarato di non averla trovata.
Ed è, con ventitré secoli di anticipo, la mossa di Zhuangzi sul ponte. Non si entra nel pesce. Si sta sullo Hao, e si guarda insieme.
Nell’esperimento sulle coppie, perché «chiedere» batte «immaginare» di un margine così ampio?
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Parte III — La radice scientifica: che cosa regge, che cosa si è rotto
Questa è la parte in cui una lezione divulgativa di solito allinea sei classici e va avanti. Qui non si può: una parte consistente di quei classici è stata ridimensionata, e distinguere quali è precisamente il servizio che questa nota può rendere.
Tre costrutti che vengono confusi di continuo, e uno solo è caduto
Girano come sinonimi, e non lo sono.
Il bias di corrispondenza è l’effetto misurato da Jones e Harris nel 1967: leggendo un tema a favore di Castro, si attribuisce all’autore una simpatia per Castro anche quando si sa che gli era stato imposto di scriverlo. Riguarda un bersaglio solo, e non confronta me con te.
L’errore fondamentale di attribuzione è l’etichetta che Ross coniò nel 1977 per la generalizzazione teorica: sottovalutiamo il peso delle situazioni.
L’asimmetria attore-osservatore è invece un’affermazione comparativa: io spiego il mio comportamento con le circostanze, te con il carattere.
Nel 2006 Bertram Malle ha aggregato centosettantatré studi su quest’ultima e ha trovato un effetto che oscilla fra d = 0,016 e d = 0,095 — cioè, in pratica, zero. Sopravvive solo in condizioni particolari: quando l’attore è descritto come idiosincratico, per eventi ipotetici, fra persone intime, con spiegazioni a risposta libera. E per gli eventi positivi si inverte.
Malle colpisce direttamente il terzo costrutto, e mette in dubbio anche la versione dell’errore fondamentale formulata in termini di spiegazioni disposizionali contro situazionali. Ciò che la sua meta-analisi non testa è il bias di corrispondenza inteso come inferenza di tratti da un comportamento vincolato. Scrivere «l’errore fondamentale di attribuzione è stato smentito» resta perciò troppo largo — ma anche liquidare Malle come se riguardasse un solo tecnicismo sarebbe comodo e falso.
Con un’onestà che va in entrambe le direzioni: il bias di corrispondenza non è, oggi, un effetto la cui robustezza sia stata riconfermata da una meta-analisi moderna. La sua solidità poggia sull’affermazione di Gilbert e Malone nel 1995 che ne esistessero «dozzine di repliche». Lo stato reale, cercandolo, è non verificato di recente — che non è «falso», ma nemmeno «vivo e vegeto».
Quello che invece ha retto, e bene
Il falso consenso — la tendenza a sovrastimare quanto gli altri la pensino come noi — è del 1977, e una meta-analisi su centoquindici test lo colloca attorno a r ≈ .30. La meta-analisi disponibile rilevava un effetto medio, e repliche fallite non ne emergono: non è una riconferma moderna, ma questo classico non risulta caduto. Con due sfumature che lo rendono più interessante, non meno: in economia sperimentale, dando alle persone informazione rappresentativa e un incentivo economico all’accuratezza, l’effetto scompare e si inverte; e confrontando campioni coreani e americani si replica in entrambi, ma su contenuti diversi.
L’effetto media ostile — entrambe le parti guardano lo stesso servizio e lo vedono sbilanciato contro di sé — è del 1985, e una meta-analisi su trentaquattro studi lo dà a r = .30, moderato dal coinvolgimento personale sul tema. Regge anche questo.
Il punto cieco sul pregiudizio — vedere i bias negli altri e non in sé — è forse il costrutto meglio verificato dell’intera area, ed è quello con le implicazioni peggiori. Ha una scala psicometrica validata, ha replicato in tre esperimenti preregistrati su campioni statunitensi e di Hong Kong — effetto aggregato d = −1,00 — e in una replica preregistrata brasiliana su duecentotré persone con d = −1,72. E soprattutto: non diminuisce con l’abilità cognitiva. Semmai è più marcato in chi ne ha di più. Sentirsi più equilibrati non basta a esserlo: più abilità cognitiva non garantisce una valutazione meno distorta dei propri bias, e in alcuni risultati si accompagna a un punto cieco più marcato.
I numeri sulla vita quotidiana, con le loro crepe
Qui la letteratura è più bella e più fragile insieme, e vale la pena separare.
Su un compito di comunicazione in cui bisogna indicare oggetti a un interlocutore che non vede tutto ciò che vediamo noi, gli errori egocentrici sono risultati più frequenti fra amici che fra estranei: il 24% contro il 15%. È il bias della vicinanza: quanto più conosciamo qualcuno, tanto più presumiamo che condivida ciò che sappiamo, e tanto meno controlliamo.
Lo stesso lavoro contiene la versione con i coniugi, quella che si cita sempre — sposati da anni che indovinano le preferenze del partner non meglio di quanto un estraneo indovini le loro. È il dato più suggestivo di tutta la letteratura ed è anche il più esile: ventiquattro coppie, analisi con undici gradi di libertà, nessuna replica diretta. Lo riporto perché è vero che è stato trovato; non lo userei per convincere qualcuno di qualcosa.
Sulla comunicazione scritta: chi scrive un messaggio ironico si aspetta che il destinatario ne colga il tono nel 97% dei casi; la percentuale reale è 84%. La sopravvalutazione è specifica del testo scritto e sparisce quando lo stesso contenuto passa dalla voce. Segnalo che la cifra del «56%» che circola attribuita a questo studio non compare nell’articolo: è un artefatto della sua divulgazione.
E la doccia fredda, la meta-analisi che nessuno cita mai: su ventuno studi e 2.739 persone, la correlazione fra quanto accuratamente leggi la mente del tuo partner e quanto siete soddisfatti della relazione è r = .134. Capirsi meglio non rende, di per sé, molto più felici. È il dato che impedisce a questa lezione di finire dove finiscono tutte.
Che cosa non esiste, e va detto
Non esiste una scala validata del realismo ingenuo: è un costrutto teorico, non uno strumento di misura. Se serve qualcosa di misurabile in quella famiglia, l’oggetto psicometrico serio è la scala del punto cieco. Segnalarlo è più utile che fingere il contrario: significa che quando si legge «uno studio ha misurato il realismo ingenuo», nella maggior parte dei casi si sta misurando qualcos’altro.
Che cosa è stato effettivamente ridimensionato dalla meta-analisi di Malle del 2006?
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Parte IV — Leggere il presente: e in Italia?
C’è un’obiezione ragionevole che un lettore italiano può fare a tutto quanto detto finora, ed è che riguardi gli americani. Democratici contro repubblicani, due partiti, un paese in cui la politica è identità. Da noi è diverso.
È esattamente la mossa che questa lezione descrive, applicata a un intero popolo — e per fortuna esistono i dati per verificarla.
Il numero italiano
Nel 2021 uno studio su ventisei paesi ha misurato le meta-percezioni: non che cosa pensi tu dell’altra parte, ma che cosa credi che l’altra parte pensi di te. L’Italia c’è. E poiché il nostro non è un sistema a due partiti, gli autori hanno affrontato il problema esplicitamente, scegliendo come linea di frattura il generico orientamento sinistra/destra, e adattando gli scenari al contesto — al posto della nomina dei giudici, per esempio, la nomina del Presidente del Consiglio.
Gli scenari, va notato, sono deliberatamente procedurali e noiosi: multe stradali proporzionali al reddito, obbligo di pubblicare i redditi dei candidati, divieto di donazioni anonime, il cambio di nome di una strada statale. Non temi identitari incandescenti.
Su una scala da 0 a 100, la negatività con cui gli italiani hanno effettivamente giudicato le mosse dell’altro schieramento è 44. Quella che hanno attribuito all’altro schieramento è 73,6. Quasi trenta punti di divario, con d = 1,82: un effetto molto grande.
Due limiti da dichiarare subito, perché lo studio stesso li dichiara. Il campione italiano è piccolo — centottantuno persone, reclutate in parte con panel a pagamento — e i test paese per paese non erano preregistrati. E l’Italia non compare nell’esperimento che testava la correzione: per noi c’è la prova del divario, non la prova che informare le persone lo riduca.
Il confronto internazionale è però la parte più utile per un lettore italiano, e dice una cosa in due direzioni: Portorico 2,4, Spagna 1,96, Italia 1,82, Croazia 1,65. Non siamo immuni, e non siamo un caso patologico: siamo in fila con gli altri.
Il divario che tocca anche l’immagine di noi stessi
Il dato italiano più solido in assoluto viene da un’indagine su quattromila italiani, campione reso rappresentativo per genere, età e reddito, dentro uno studio su sei paesi.
Gli italiani stimano la quota di immigrati al 26,4%. Il valore reale nello studio è 10%.
E prima che qualcuno pensi che sia colpa di poche risposte estreme: escludendo il venti per cento delle stime più distorte la media italiana resta al 19%, ed escludendo chi ha dedicato meno di dodici secondi alla domanda sale al 24%. Sbaglia anche il rispondente mediano, e l’errore resta ampio anche escludendo chi risponde in meno di dodici secondi.
Ma il numero che conta per questa lezione è un altro, ed è il più sottovalutato dell’intero dossier. Sulla disoccupazione, gli italiani sbagliano di ventisette punti quella degli immigrati — e di ventiquattro quella dei propri connazionali.
Non è (solo) pregiudizio verso l’altro. È un errore quasi simmetrico che colpisce anche l’immagine di sé.
E c’è un secondo dato che rende difficile la lettura di parte: sulla quantità di immigrati, elettori di destra e di sinistra sbagliano in modo simile — su questa stima lo studio non rileva una differenza statisticamente significativa fra i due gruppi. Ciò che divide non è il numero. È la storia che ciascuno si racconta sul numero.
Due correzioni, perché su questi temi circolano cifre sbagliate anche in buona fede. La prima: la versione «gli italiani credono che gli immigrati siano il 30%, in realtà sono il 5%» è scorretta nella seconda metà — il 5% non compare in nessuna fonte primaria. I valori reali dichiarati dalle fonti sono 7% nella rilevazione del 2018 e 10% nello studio peer-reviewed su quattromila italiani, e differiscono perché contano cose diverse: stranieri residenti in un caso, immigrati legali residenti nell’altro. Il divario resta grande in entrambe le misure; è il moltiplicatore che dipende dalla definizione.
La seconda riguarda un luogo comune che gli italiani amano ripetersi, e va detta con una precisione che di solito manca: su questa domanda non siamo i più distorti. Nella rilevazione internazionale del 2024 gli italiani collocano gli immigrati al 21%, meno di Stati Uniti (30%), Germania (29%), Belgio (29%), Regno Unito (26%), Francia (25%) e Spagna (24%). Ma il conforto dura poco, perché quella rilevazione non produce alcuna classifica generale: è un elenco di domande, ciascuna con la propria graduatoria, e le graduatorie non coincidono. Sulla quota di ricchezza posseduta dall’uno per cento più ricco gli italiani rispondono 51%, contro un valore reale del 22%: per ampiezza dell’errore è il secondo divario su trenta paesi, dietro al solo Regno Unito. Quindi ventitreesimi su una domanda e secondi su un’altra, nella stessa rilevazione e sulle stesse persone. Questa rilevazione non permette di stabilire quale popolo «sbagli di più» in generale: le graduatorie cambiano da una domanda all’altra.
Quando il divario entra in casa
Nel febbraio 2025 un gruppo di ricerca dell’Università Bocconi, con SWG, ha posto agli italiani una domanda semplice: sareste contrari a che un vostro figlio avesse una relazione sentimentale con una persona che vota il partito che disprezzate di più?
Due italiani su cinque sarebbero contrari. Uno su cinque, molto contrario.
Il fastidio è trasversale: non ci sono grandi differenze fra uomini e donne, fra nord e sud, fra laureati e non laureati, fra ceto medio-alto e ceto popolare. E gli autori stessi notano che è esattamente la stessa proporzione registrata negli Stati Uniti.
Va usato con la sua etichetta: è un brief di ricerca, non uno studio pubblicato, e non dichiara la numerosità del campione, le date della rilevazione né il margine d’errore. È la migliore illustrazione italiana disponibile di questo aspetto, e va trattata come illustrazione.
Sul terreno più tecnico della polarizzazione affettiva, invece, esiste una misura pensata apposta per i sistemi multipartitici. Applicata all’Italia dà 5,26 per le elezioni del 2018 — un valore che supera il massimo mai registrato dagli Stati Uniti nella stessa serie, 4,80 nel 2012. Con due avvertenze: il valore italiano viene dalla tesi dottorale dell’autore e non dall’articolo pubblicato, e va citato come tale; e va corretta un’affermazione che circola, secondo cui lo studio comparativo del 2020 mostrerebbe l’Italia fra i paesi più polarizzati d’Europa. L’Italia non era in quel campione.
La forma peggiore, dove la posta è la vita
C’è una versione di questo meccanismo che non riguarda le multe stradali. Si chiama asimmetria di attribuzione della motivazione, e dice: attribuiamo le azioni del nostro gruppo all’amore per i nostri, e quelle del gruppo avversario all’odio per noi.
È stata misurata su seicentosessantuno americani, novecentonovantacinque israeliani e milleduecentosessantasei palestinesi di Gaza e Cisgiordania. Entrambe le parti, specularmente. E l’asimmetria predice l’intrattabilità: più un israeliano crede che i palestinesi siano mossi dall’odio, più è convinto che non vogliano negoziare e che un accordo sia impossibile. È stata replicata indipendentemente nel 2025, con effetti sostanziali — anche se gli autori dichiarano che i loro studi non erano preregistrati.
Dentro quello stesso lavoro c’è però il dettaglio che tengo per la parte pratica: offrendo un incentivo economico all’accuratezza, i partecipanti diventavano più disposti ad attribuire all’avversario motivazioni d’amore. Una parte del bias, quando conviene vederci giusto, si paga via.
Fra i dati italiani, quale è il più difficile da spiegare come semplice pregiudizio verso gli stranieri?
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Parte V — Nella vita quotidiana: che cosa si sposta davvero
La conseguenza pratica di tutto quanto precede è meno consolante di quella che ci si aspetta, e più praticabile.
La sostituzione che vale più di tutto il resto
Se c’è una sola cosa da portarsi via da questa lezione, è che la mossa «mettiti nei suoi panni» va sostituita con «chiediglielo». Dentro lo stesso studio, sulla stessa coppia di persone, con lo stesso compito, la differenza fra le due è quella fra un peggioramento e un miglioramento largo.
Il che significa una cosa poco romantica: nei compiti studiati la sensibilità immaginativa non sostituiva la raccolta diretta di informazione dall’altro. Non si fa a occhi chiusi immaginando; si fa a occhi aperti domandando, e poi stando zitti abbastanza a lungo da ricevere la risposta.
Che cosa si sa delle conversazioni che funzionano
La prova migliore che una conversazione possa spostare qualcosa di profondo viene da un lavoro sul campo del 2016: circa dieci minuti di conversazione porta a porta hanno prodotto una riduzione del pregiudizio ancora misurabile tre mesi dopo.
È il risultato che gli autori hanno costruito dopo aver smascherato la frode di cui ho parlato nella Parte I. Ma su che cosa esattamente abbia funzionato, conviene essere onesti: l’intervento è un pacchetto — un video con argomenti di entrambe le parti, la definizione dei termini, la richiesta dell’opinione dell’interlocutore, il racconto di un’esperienza personale e un esercizio esplicito di presa di prospettiva. Il disegno non permette di stabilire quale componente abbia prodotto l’effetto, e gli autori stessi non lo affermano. Chi lo cita come prova che «basta chiedere» — e ho rischiato di farlo anch’io — sta leggendo nel risultato la propria tesi.
Il «trucco dei ventun minuti», e perché lo riporto con cautela
Esiste un intervento sul conflitto di coppia molto citato: centoventi coppie, tre volte l’anno, sette minuti a volta, in cui si scrive del proprio ultimo litigio dal punto di vista di un terzo neutrale che vuole il bene di entrambi. Nel gruppo che lo faceva, la qualità della relazione non declinava nel corso dell’anno, come invece accadeva nel gruppo di controllo.
Lo riporto perché è pertinente e ben disegnato. Ma va detto ciò che non si dice mai quando lo si racconta: in tredici anni non ne è stata pubblicata una replica indipendente diretta, e gli sviluppi successivi sono studi a braccio singolo su una quindicina di coppie, senza gruppo di controllo. Trattatelo come un esercizio plausibile che vale la pena provare, non come una prescrizione dimostrata.
La scoperta più utile e meno citata: parte del muro è tifo
C’è un filone di ricerca che vale, per un lettore adulto, quanto tutto il resto messo insieme. Quando si misura la distanza fra ciò che due schieramenti credono sui fatti, e poi si offre un piccolo incentivo economico a rispondere correttamente invece che lealmente, il divario si riduce in media di circa il 55-60%. Una quota consistente di quello che sembra disaccordo sulla realtà può essere una dichiarazione di appartenenza: non «credo questo», ma «sto con questi».
Lo stesso schema ricompare nell’economia sperimentale, dove il falso consenso scompare quando si danno insieme informazione rappresentativa e incentivi monetari — la congiunzione è nel titolo stesso dello studio, e gli autori dichiarano di non poter interpretare le tornate in cui l’informazione manca — e nel conflitto israelo-palestinese, dove pagare per l’accuratezza rende le persone più disposte a riconoscere all’avversario motivazioni d’amore.
La lettura pratica non è cinica, è liberatoria: quando qualcuno dice una cosa che ti sembra assurda, la domanda utile prima di rispondere non è come fa a crederci — è quanto ci crede davvero, e che cosa sta dicendo dicendola.
Tre mosse che poggiano su quanto sopra
Sostituisci l’immaginazione con la domanda. Ogni volta che ti sorprendi a costruire mentalmente la posizione dell’altro, fermati e trasformala in una frase che comincia con «fammi capire»: non hai bisogno di indovinare, hai bisogno dei dati che può darti sulla propria esperienza — fallibili anch’essi, ma non ricavabili per deduzione. È la mossa che lo studio confronta direttamente con le altre nel suo esperimento finale — tenendo presente che quel vantaggio così ampio viene da un singolo esperimento, non dai venticinque.
Sospetta della tua sicurezza esattamente dove è più alta. Il bias della vicinanza dice che in quei compiti di comunicazione gli amici sbagliavano più degli estranei: con chi conosciamo bene tendiamo a controllare di meno, non di più. La frase «lo conosco, so già cosa direbbe» è il segnale d’allarme, non la prova di intimità.
Prima di correggere il contenuto, chiediti di che cosa è fatto il disaccordo. Se una parte consistente di ciò che sembra credenza è appartenenza, discutere subito il merito può non bastare: rischia di rispondere a una frase che non è stata detta.
Perché il dato sugli incentivi economici che dimezzano il divario fattuale fra schieramenti è utile nella vita quotidiana, dove non si pagano le persone per avere ragione?
Prova a rispondere a mente, poi scopri le opzioni
Parte VI — Il concetto nel canone: chi l’aveva già detto, e chi non l’ha mai detto
La tentazione, arrivati qui, sarebbe contrapporre il canone alla psicologia: i filosofi dicevano di metterci nei panni altrui, il laboratorio dice che non funziona. La realtà è più interessante — il canone lo sapeva, ed è la sua versione divulgata ad aver perso il pezzo.
Adam Smith dichiara il difetto della regola che sta fondando
Nel 1759, nella pagina in cui fonda tutta la teoria morale della simpatia — cioè la fonte che tutti citano a favore del mettersi nei panni dell’altro — Adam Smith scrive:
Sono le impressioni dei nostri sensi soltanto, non dei suoi, che la nostra immaginazione copia.
È un meccanismo compatibile con il risultato del 2018, enunciato con duecentosessant’anni di anticipo, e dall’uomo che aveva più interesse a non dirlo. L’immaginazione può fare una cosa sola: replicare i propri sensi in un’altra posizione. Il materiale resta tuo.
Montaigne, e perché non ce ne accorgiamo
Nel saggio sui cannibali, Montaigne osserva che ciascuno chiama barbarie ciò che non appartiene ai suoi usi — e la frase è meno banale di come circola, perché il punto non è la tolleranza ma la misura: non abbiamo altro metro che il nostro, e un metro che non si vede come metro diventa la realtà.
Nagel: il problema non è esotico
Nel 1974 Thomas Nagel scrive il saggio più famoso sulla coscienza, quello sul pipistrello, e a un certo punto aggiunge la riga che serve a noi:
Il problema non è però confinato ai casi esotici, perché esiste fra una persona e un’altra.
L’esperienza soggettiva di un altro essere non è raggiungibile per estrapolazione dalla propria. Vale per il pipistrello e — nota Nagel — il problema esiste anche fra una persona e un’altra.
La regola in forma negativa
A un discepolo che gli chiede se ci sia una sola parola da praticare per tutta la vita, Confucio risponde con shù, e la spiega così: ciò che non desideri per te, non farlo agli altri.
La differenza dalla regola d’oro nella sua forma positiva — fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te — sembra retorica ed è invece il punto di questa lezione. La forma positiva presuppone di sapere che cosa l’altro voglia, e ricava quella conoscenza da sé: è perspective taking travestito da morale, con lo stesso difetto strutturale. La forma negativa non elimina la proiezione — anch’essa parte da ciò che io non vorrei — ma la confina ai divieti, dove chiede meno assunzioni sui desideri dell’altro. Fra le due, è quella che regge meglio quando l’altro resta opaco.
(Sulla collocazione: nell’edizione consultata il passo è il ventitreesimo del libro XV.)
E infine, di nuovo il ponte
Il dialogo con cui si è aperta questa lezione è il testo più antico che conosca a mettere insieme le tre mosse: il problema di Nagel — tu non sei un pesce —, la sua autoconfutazione — e tu non sei me —, e l’unica uscita disponibile, che non è epistemologica ma posizionale. Zhuangzi non dimostra di sapere che cosa provi il pesce. Dice da dove lo sa: dallo Hao, cioè da un posto in cui si sta insieme guardando la stessa acqua.
C’è anche una tradizione narrativa che ha reso questa idea meglio di qualunque trattato: il racconto giapponese in cui quattro testimoni raccontano lo stesso delitto in quattro modi incompatibili, e nessuna versione è smentibile.
Quattro frasi che tutti citano, e che non sono di chi credi
Questa è la sezione che una lezione sul realismo ingenuo ha il dovere di avere, perché le citazioni celebri sono il luogo dove il nostro modo di vedere si traveste da tradizione.
«Non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo noi» non è del Talmud. Compare in un romanzo di Anaïs Nin del 1961, dove è Nin stessa ad attribuirla genericamente «alle parole talmudiche». È probabilmente la citazione più usata al mondo su questo argomento, e la sua attribuzione è un esempio del fenomeno che descrive.
«Non giudicare un uomo finché non hai camminato un miglio nei suoi mocassini» non è un proverbio nativo americano. È una poesia del 1895 di Mary T. Lathrap, predicatrice metodista del Michigan. Attribuirla a una generica saggezza indiana somma due errori: una falsa attribuzione e un’appropriazione.
«Rashomon» non è il racconto delle testimonianze contraddittorie. Quello è Nel bosco, del 1922; Rashōmon è un altro racconto, del 1915, da cui il film di Kurosawa prende soltanto la cornice e il titolo.
E la frase di Spinoza sugli uomini che si credono liberi perché sono consapevoli delle proprie volizioni e ignari delle cause che le determinano è autentica, ma le fonti italiane la collocano spesso nel posto sbagliato: sta nello scolio della proposizione XXXV del secondo libro dell’Etica.
Perché la forma negativa della regola d’oro è più robusta di quella positiva, alla luce di questa lezione?
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Parte VII — Limiti, contro-esempi e usi impropri
Questa lezione ha una struttura scomoda, e vale la pena dirla prima di articolarla: la diagnosi regge molto più della prescrizione. Che esistano asimmetrie sistematiche fra come vediamo noi stessi e come vediamo gli altri è sostenuto da evidenze convergenti e indipendenti — anche se, come si è visto nella Parte III, il paradigma fondativo del realismo ingenuo in senso stretto resta poco replicato.
Sul lato del rimedio bisogna però distinguere due cose che vengono continuamente confuse, e che questa lezione tiene separate apposta. Una è la mossa micro: in un compito di accuratezza, chiedere all’altro batte immaginarlo, e il confronto diretto disponibile — un solo esperimento — favorisce il chiedere. L’altra è la cura macro: che da lì segua una riduzione stabile dell’ostilità, del pregiudizio o del conflitto. È la seconda a non reggere — e quasi tutto ciò che si racconta in giro riguarda proprio la seconda, appoggiandosi alle prove della prima.
1. Il rimedio ovvio non funziona, e a volte fa danno
Oltre al risultato già visto, c’è il quadro d’insieme. Una rassegna di quattrocentodiciotto esperimenti sulla riduzione del pregiudizio ha trovato un bias di pubblicazione così marcato che, secondo gli autori, uno studio abbastanza grande non mostrerebbe alcuna riduzione: gli effetti degli interventi di addestramento cognitivo ed emotivo scendono da d = 0,35 a 0,22 tenendo solo gli studi con campioni non minuscoli, e quelli degli interventi leggeri da 0,35 a 0,16. Solo l’otto per cento dei trecentodiciannove studi «leggeri» misura l’esito oltre le ventiquattr’ore; l’uno per cento a un mese.
2. Gli effetti che ci sono, svaniscono — e alcuni tornano indietro
Il più grande esperimento mai condotto sul tema — venticinque trattamenti, trentaduemila persone, preregistrato — ha rimisurato i partecipanti due settimane dopo. Sull’animosità di parte, sei trattamenti su dieci testati reggevano ancora; sugli atteggiamenti antidemocratici, uno su dieci. E le dimensioni degli effetti residui erano il 32%, il 7%, il 53% e il 42% di quelle iniziali, a seconda dell’esito. Testuale: «tutte le dimensioni d’effetto mostravano un decadimento sostanziale dopo due settimane».
Peggio: quattro trattamenti su venticinque hanno avuto effetto boomerang, aumentando il sostegno a pratiche antidemocratiche — e tre di essi erano fra quelli che avevano ridotto con successo l’ostilità verso l’altra parte.
Il che conduce al risultato più sgradevole di tutti: ridurre la polarizzazione affettiva non migliora automaticamente gli atteggiamenti che ci interessano. I due costrutti si dissociano — tre interventi consolidati riducono l’animosità senza che emergano prove convincenti di un miglioramento degli atteggiamenti antidemocratici. La catena «capisci l’altro, così provi meno ostilità, così cambi ciò che pensi delle regole» si spezza al secondo anello.
Per equità va detto che esiste un tentativo successivo di rispondere proprio a questo, combinando più trattamenti nel tempo, con effetti che persistono a livelli ridotti fino a un mese.
3. Il perimetro: quattro contesti in cui questa lezione fa male
Non è un’avvertenza di cortesia. Sono contesti documentati.
Competizione a somma zero. Prendere la prospettiva dell’avversario in una trattativa può aumentare il comportamento egoistico: si anticipa che l’altro prenderà, e si prende prima.
Quando lo stereotipo sembra confermato. Chi assume la prospettiva di una persona che appare coerente con lo stereotipo finisce per usare più contenuto stereotipico, non meno.
Relazioni abusive. È il limite più serio, ed è anche l’unico dato africano di questa lezione: su trecentoquarantacinque donne in Nigeria, una maggiore empatia verso il partner violento risulta associata a un legame traumatico più intenso. Lo studio è osservazionale e misura scale, non manipola l’empatia: non stabilisce che capire l’altro sia la causa del restare. Ma basta a rovesciare l’automatismo — lì la comprensione non è, di per sé, una risorsa.
Malafede strategica. Esistono controparti che sfruttano deliberatamente la presunzione di buona fede. Trattare quella presunzione come un obbligo morale universale significa consegnare loro uno strumento.
4. Il relativismo non segue, e sostenerlo è un altro errore
Da «ciascuno vede da un punto di vista» non discende «tutti i punti di vista si equivalgono». A volte il disaccordo riguarda un fatto, e uno dei due ha semplicemente torto. Trattare un disaccordo fattuale come una differenza di prospettiva è un errore simmetrico a quello che questa lezione denuncia, e ha un nome: falsa equivalenza.
La cosa va detta con precisione, perché la letteratura filosofica sul disaccordo è più severa di quanto suggerisca l’uso comune: la condizione di «pari epistemico» — che è ciò che autorizzerebbe a correggersi reciprocamente a metà strada — non è quasi mai soddisfatta fra due persone reali su un tema reale. Il rispetto per il punto di vista altrui non è un obbligo di simmetria.
5. Capirsi meglio non rende, di per sé, più felici
La correlazione fra accuratezza empatica e soddisfazione di coppia è r = .134 su ventuno studi. Questa lezione può migliorare la qualità dei tuoi disaccordi. Non è, e non va venduta come, una tecnica per essere felici insieme.
6. Il limite culturale, nella sua versione esatta
Il novantasei per cento dei campioni delle riviste psicologiche di primo livello proviene da società che sono il dodici per cento dell’umanità. Vale anche qui, ma la formula onesta è più stretta di quella che si sente di solito.
Non è vero che il fenomeno non sia mai stato testato fuori dall’Occidente: il punto cieco sul pregiudizio ha replicato anche su un campione di Hong Kong — dove gli autori dichiarano di rispondere agli appelli a testare le teorie su popolazioni non occidentali — e, in uno studio distinto, in Brasile, l’asimmetria motivazionale è stata misurata su oltre milleduecento palestinesi in un conflitto reale, e un intervento basato esplicitamente sulla consapevolezza del realismo ingenuo è stato testato su ebrei israeliani e arabi israeliani, aumentando l’apertura alla narrazione avversaria fra i partecipanti di orientamento più intransigente — non indistintamente in tutti.
È vero, invece, che nella ricerca condotta per questa lezione non sono emerse repliche dirette del paradigma sperimentale del 1995 in Asia orientale, America Latina o Africa subsahariana. È una ricerca bibliografica, non una rassegna sistematica: dice che non le abbiamo trovate, non che non esistano. Con questa cautela, il limite resta reale — e più piccolo e più preciso di come viene di solito raccontato.
7. La base fondativa è più sottile di quanto la sua fama suggerisca
Vale la pena ripeterlo alla fine: lo studio che ha fondato la misurazione del realismo ingenuo poggia su poche decine di studenti di una singola università americana nel 1995, senza repliche dirette pubblicate. Il concetto è sostenuto da tutto ciò che gli sta intorno — punto cieco, falso consenso, media ostile, meta-percezioni — molto più che dal suo esperimento fondativo.
Qual è, fra i limiti elencati, quello che erode più direttamente la promessa pratica contenuta in questa lezione?
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Conclusione: si sta sul ponte, non dentro il pesce
Il titolo di questa lezione è una negazione, e le negazioni sono scomode perché non dicono che cosa fare. Ma qui la negazione è precisamente il contenuto: finché l’altro ti appare come una versione difettosa di te, ogni tua mossa sarà una correzione — spiegare meglio, argomentare meglio, avere più pazienza con qualcuno che ancora non ha capito. Sono tutte varianti dello stesso gesto, e falliscono per la stessa ragione ogni volta che presuppongono, senza verificarlo, che la meta sia farlo arrivare dove sei tu.
La cosa più difficile da accettare, in tutto quello che i dati dicono, non è che sbagliamo. È che possiamo sbagliare proprio quando facciamo il gesto più generoso: fermarci, chiudere gli occhi e provare sinceramente a immaginare come si sente l’altro. Quel gesto non ci rende più accurati — in media, un po’ meno — e la nostra fiducia non se ne accorge — nell’esperimento le persone credevano di aver indovinato quasi quattordici volte su venti, e ne avevano indovinate sei.
L’alternativa è più povera e più faticosa, e non ha niente di nobile: si chiede. Si fa una domanda vera, di quelle a cui non si conosce già la risposta, e poi si sta zitti abbastanza a lungo da lasciare che l’altro dica una cosa che non avevamo previsto. Nell’esperimento finale di quello studio, è la strategia che introduce direttamente informazione nuova — ed è l’unica delle tre confrontate che aumenta l’accuratezza.
Duemilatrecento anni fa un uomo su un ponte se l’è sentito dire in faccia — tu non sei un pesce — e non ha risposto sostenendo di esserlo. Ha indicato il punto in cui stava. Non sapeva che cosa provasse il pesce; sapeva da dove lo stava guardando, e sapeva con chi.
La prossima volta che qualcuno dice una cosa che ti sembra incomprensibile, hai due possibilità. Puoi spiegargli dove sbaglia — e sarà la mossa che ti verrà naturale, perché dal tuo punto di vista sta letteralmente sbagliando. Oppure puoi chiedergli da dove lo vede.
Solo una delle due ti porta sul ponte.
Che cosa distingue davvero, secondo questa lezione, la domanda «da dove lo vedi?» dalla spiegazione «guarda che ti sbagli»?
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Fonti
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T1StudioChandrashekar S. P. et al., Agency and self-other asymmetries in perceived bias and shortcomings: Replications of the Bias Blind Spot and link to free will beliefs, Judgment and Decision Making (2021). Tre esperimenti preregistrati, N complessivo = 969: la maggior parte dei partecipanti è statunitense (MTurk), il sottocampione di Hong Kong è il minore. Mini-meta-analisi a effetti casuali: d = −1,00 [−1,33; −0,67]. Gli autori inquadrano esplicitamente il lavoro come risposta agli appelli a testare le teorie su popolazioni non occidentali. ↗ — consultato il 25/08/2026
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T1StudioWagner M., Affective polarization in multiparty systems, Electoral Studies 69 (2021). Il riferimento metodologico sulla misura della polarizzazione affettiva fuori dai sistemi bipartitici. ↗ — consultato il 25/08/2026
T1PrimariaReiljan A., Affektiivne polariseeritus mitmeparteisüsteemides, tesi di dottorato, Appendice B, Tabella B1.1. Valore italiano dell’indice di polarizzazione affettiva: 5,26 (2018) e 5,17 (2011); valore massimo statunitense nella stessa serie: 4,80 (2012). Fonte primaria non peer-reviewed: il dato italiano non compare nell’articolo pubblicato — tesi dottorale. ↗ — consultato il 25/08/2026
T1PrimariaIchheiser G., Misunderstandings in Human Relations: A Study in False Social Perception, supplemento monografico all’American Journal of Sociology 55(2), Parte 2 (1949), p. 39. Circa settanta pagine. Il fascicolo originale non è accessibile e la monografia è anteriore all’assegnazione sistematica degli identificativi: la citazione verbatim è quella riprodotta in esergo da Pronin, Gilovich & Ross 2004, p. 783. Da non confondere con Misunderstandings in International Relations, American Sociological Review (1951), che è un altro lavoro dello stesso autore
T1PrimariaSmith A., The Theory of Moral Sentiments, Parte I, sezione I, capitolo I «Of Sympathy», § 2 — testo della sesta edizione (1790; prima edizione 1759). «It is the impressions of our own senses only, not those of his, which our imaginations copy.» È il secondo paragrafo del capitolo, quello del fratello sulla ruota. Traduzione italiana di servizio. ↗ — consultato il 25/08/2026
T1PrimariaNagel T., What Is It Like to Be a Bat?, The Philosophical Review 83(4) (1974), p. 440. «The problem is not confined to exotic cases, however, for it exists between one person and another.» Traduzione italiana di servizio. ↗ — consultato il 25/08/2026
T1PrimariaZhuangzi 莊子, capitolo 17 秋水 «Acque d’autunno» — il dibattito sul ponte dello Hao. Testo cinese integrale, con permalink versionato. Traduzione italiana di servizio; il passo è conteso e ruota attorno al doppio valore di 安 (ān), «come» e «da dove». Il dialogo consta di quattro battute: citarne due sole ne rovescia il senso. ↗ — consultato il 25/08/2026
T1PrimariaDialoghi 論語, libro XV 衛靈公, passo numerato 23 in alcune edizioni e 24 in altre: 子貢問曰:「有一言而可以終身行之者乎?」子曰:「其恕乎!己所不欲,勿施於人。」 Traduzione italiana di servizio. ↗ — consultato il 25/08/2026
T1PrimariaMontaigne M. de, Essais, libro I, capitolo XXXI «Des cannibales» (1580): «chacun appelle barbarie ce qui n’est pas de son usage». Traduzione italiana di servizio
T1PrimariaSpinoza B., Ethica ordine geometrico demonstrata, libro II, proposizione XXXV, scolio. Le fonti italiane collocano spesso questo passo nello scolio della proposizione XXIII: è errato.
T1PrimariaAkutagawa R., Yabu no naka 藪の中 «Nel bosco», rivista Shinchō, gennaio 1922. È il racconto delle deposizioni contraddittorie; Rashōmon (1915) è un’opera distinta, da cui il film di Kurosawa del 1950 prende cornice e titolo. Voce bibliografica: il testo non è stato consultato e da esso non si cita alcun verbatim
T1PrimariaNin A., Seduction of the Minotaur, Swallow Press (1961). È qui che compare «non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo noi», con l’attribuzione generica di Nin stessa «alle parole talmudiche». La frase non è del Talmud
T1PrimariaLathrap M. T., Judge Softly (1895), poi in The Poems and Written Addresses of Mary T. Lathrap (1895). È l’origine del «cammina un miglio nei suoi mocassini». Non è un proverbio nativo americano
T1LibroEricsson K. A., Simon H. A., Protocol Analysis: Verbal Reports as Data, MIT Press (edizione riveduta 1993). I resoconti concomitanti restano informativi; sono quelli retrospettivi a non esserlo. ISBN 9780262550239
T2LibroRietdijk N., Archer A., Post-Truth, False Balance and Virtuous Gatekeeping, in Vaccarezza M. S., Snow N. (a cura di), Virtues, Democracy, and Online Media (2021). Argomento filosofico, non empirico. ↗ — consultato il 25/08/2026
T2DivulgazioneCrane T., French C., The Problem of Perception, Stanford Encyclopedia of Philosophy (revisione del 18/08/2021). Il realismo ingenuo in filosofia della percezione e la nozione di trasparenza dell’esperienza. La voce non stabilisce alcun collegamento con i bias del giudizio sociale: l’analogia usata in questa lezione è dichiarata, non dimostrata. ↗ — consultato il 25/08/2026
T2DivulgazioneFrances B., Matheson J., Disagreement, Stanford Encyclopedia of Philosophy (revisione del 29/02/2024). Sulla condizione di «pari epistemico» e sulla sua rarità nei casi reali. ↗ — consultato il 25/08/2026
T2Ipsos, Perils of Perception 2024 (novembre 2024). 22.989 adulti in 30 paesi, rilevazione 20/09-04/10/2024. Dato italiano: quota di immigrati stimata al 21%, sotto Stati Uniti (30%), Germania (29%), Belgio (29%), Regno Unito (26%), Francia (25%) e Spagna (24%). Il documento non costruisce alcun indice composito né alcuna classifica generale: ogni domanda ha la propria graduatoria e le graduatorie non coincidono. Sulla ricchezza dell’1% più ricco gli italiani stimano 51% contro 22% reale — quarti per stima, ma secondi per ampiezza dello scarto, dietro il Regno Unito; sui musulmani quindicesimi; sugli immigrati ventitreesimi. Non è quindi confrontabile con l’indice composito del 2018. ↗ — consultato il 25/08/2026
T2Ipsos, People in Italy and the US are most wrong on key facts about their society (30/08/2018). Misperceptions Index su 13 paesi e oltre 50.000 interviste (2014-2017); dato italiano sugli immigrati: 30% stimato contro 7% reale. Il PDF originale non è più raggiungibile: i numeri provengono dalla pagina istituzionale. ↗ — consultato il 25/08/2026
T2Monitoring Democracy (Università Bocconi) con SWG, Policy Research Brief n. 2/2025 — La polarizzazione affettiva degli italiani (febbraio 2025). Due italiani su cinque contrari a una relazione sentimentale di un figlio con un elettore del partito più disprezzato; uno su cinque molto contrario; fastidio trasversale per genere, area geografica, titolo di studio e ceto. Il documento non dichiara numerosità del campione, date della rilevazione né margine d’errore, e non è sottoposto a revisione paritaria — brief di ricerca, non studio pubblicato. ↗ — consultato il 25/08/2026
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🎯 80/20 in pratica
L'essenziale in breve
La tua visione del mondo è l'unica che non ti appare come una visione: per questo chi dissente ti sembra mal informato, irrazionale o in malafede — mentre lui sta facendo lo stesso calcolo su di te. La correzione non è quella che ti hanno insegnato: immaginare i panni dell'altro non aumenta l'accuratezza e spesso la peggiora, mentre chiedere la aumentò moltissimo nell'unico esperimento che le mette a confronto, su 104 coppie. Nei compiti studiati, comprendere qualcuno non è stato un atto di sensibilità: è stato una raccolta di informazione.
Schema 80/20

| Situazione | Mossa 80/20 |
|---|---|
| Ti sorprendi a ricostruire mentalmente che cosa pensa l'altro | Trasformala in una domanda che comincia con «fammi capire» |
| Stai per dire «lo conosco, so già cosa risponderebbe» | Trattalo come un allarme: con gli intimi controlliamo meno, non di più |
| L'altro dice una cosa che ti sembra assurda | Chiediti se è una credenza o una dichiarazione di appartenenza — si rispondono in modo diverso |
| Sei convinto che fra voi ci sia un abisso | Verificalo invece di presumerlo: nello studio fondativo le parti si collocavano più lontane di quanto fossero |
| Il disaccordo riguarda un fatto verificabile | Non trattarlo come differenza di prospettiva: qui la simmetria è un errore |
| Ti senti la persona più equilibrata nella stanza | È il momento di massima esposizione: il punto cieco non si attenua con l'intelligenza |
Come applicarlo oggi
- Prendi l'ultimo disaccordo che ti ha lasciato l'impressione che l'altro fosse irragionevole, e completa per iscritto: «Io credo ______. Credo che lui creda ______. Le informazioni che lui ha e io non ho potrebbero essere ______». Poi verifica il terzo campo chiedendoglielo davvero — non per convincerlo, per riempire quella riga.
- Scegli una persona con cui sei sicuro di sapere già come la pensa, e falle una domanda a cui non conosci la risposta. Conta i secondi che passano prima che tu senta il bisogno di replicare: quello è il tuo margine di miglioramento.
- Dove lo rivedi, questa settimana? Nota una sola scena — in famiglia, al lavoro, in un commento letto online — in cui qualcuno spiega il comportamento altrui con un difetto di carattere che nessuno ha verificato.
Esempi e casi d'uso
- In coppia: «non ti importa di me» è una diagnosi di carattere costruita su un dato di comportamento. La versione che raccoglie informazione invece di attribuirla suona diversa — quando non hai risposto, che cosa stava succedendo dalla tua parte? — e ha il vantaggio di poter ricevere una risposta che non avevi previsto.
- Al lavoro: il collega che blocca il tuo progetto potrebbe star ottimizzando un vincolo che tu non vedi, esattamente come tu stai ottimizzando il tuo. È un'ipotesi, non una statistica — e la domanda che la mette alla prova non è perché sia contrario, è che cosa gli costa un sì.
- In famiglia: con un genitore o un figlio la sicurezza di conoscersi è massima, ed è proprio lì che il controllo di comprensione cala. Le frasi che cominciano con «tu sei sempre stato» sono ricostruzioni, non osservazioni.
- Online: prima di rispondere a un'opinione che ti sembra folle, chiediti se stai leggendo una credenza o una bandiera. In due esperimenti statunitensi, su domande politiche precise, il divario di risposta fra i due schieramenti si assottiglia di oltre la metà appena conviene essere accurati.
Tips da applicare
- Il test della sorpresa: se in una conversazione l'altro non ti ha detto niente che non avevi previsto, non hai raccolto informazione — hai verificato il tuo modello. Non conta come averlo capito.
- Il segnale della certezza: la sensazione di sapere già è un dato sul tuo modello, mai sull'altro. Trattala come si tratta un indicatore acceso sul cruscotto.
- Distingui i tre livelli: che l'altro abbia informazioni diverse è la spiegazione da verificare per prima; che sia incapace di ragionare o accecato dall'interesse sono accuse, e vanno pagate con prove, non presunte.
- Non confondere l'obiettivo: capirsi meglio migliora la qualità dei disaccordi, non la felicità della relazione. Chi promette la seconda usando i dati sulla prima sta vendendo qualcosa.
Il beneficio concreto
Smetti di spendere energia a correggere una versione difettosa dell'altro che non esiste, e la sposti sull'unica operazione che porta informazione nuova: una domanda vera, seguita dal silenzio necessario a ricevere la risposta.
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Continua nel tema — Relazioni
- ILe relazioni sono la medicina più potenteLa qualità delle relazioni umane — legami caldi, fidati, di reciproco sostegno — è tra i più potenti determinanti che conosciamo di salute fisica, benessere psicologico e longevità, con un peso paragonabile ai grandi fattori di rischio classici come il fumo, l'obesità e la sedentarietà. Non è una metafora poetica: è una regolarità che emerge sia da studi longitudinali durati decenni sia da meta-analisi su centinaia di migliaia di persone. E il fattore attivo non è soltanto il numero dei contatti o lo stato civile in sé: contano sia la qualità percepita della connessione — sentirsi visti, sostenuti e al sicuro con qualcuno — sia dimensioni più strutturali come l'integrazione sociale e l'isolamento oggettivo; nella meta-analisi del 2010, anzi, le misure multidimensionali di integrazione sociale mostrano l'associazione maggiore.
- IICome ci hanno amati insegna come amiamoIl modo in cui siamo stati accuditi da piccoli è la prima lingua che abbiamo imparato nei legami: ci lascia un accento — che cosa ci aspettiamo dagli altri quando abbiamo bisogno, e quanto ci sembra sensato chiedere — che si sente ancora nei rapporti adulti. Ma è un accento, non un destino: la stabilità aggregata del costrutto vale circa il sedici per cento di varianza condivisa e si assottiglia con la distanza, fino a non essere più statisticamente rilevabile oltre i quindici anni; dove è stata seguita passo per passo, non passava dritta, ma per un percorso indiretto che coinvolgeva la competenza sociale dei primi anni di scuola e le amicizie dell'adolescenza; e a predire l'esito adulto non è solo il punto di partenza, perché anche la direzione in cui la cura ricevuta è cambiata negli anni ha un peso — nei dati, un coefficiente perfino un po' più grande.
- IVLa fiducia si costruisce a gocce e si perde a secchiLa fiducia non si accumula e non si perde alla stessa velocità: si costruisce per eventi piccoli, sfocati e poco visibili, e si distrugge per eventi singoli, nitidi e memorabili. Non è ingiustizia né debolezza di carattere — è il modo in cui trattiamo l'informazione, che pesa di più ciò che è raro e diagnostico. La conseguenza pratica è scomoda: chi ripara non torna al punto di prima, e l'esperienza quotidiana non ci insegnerà mai che ci siamo sbagliati a non fidarci, perché quella prova non arriva.