Chi comanda, e come difendersiLibellus Potere & Società
Il vuoto di potere tende a riempirsi — perché il potere non si elimina, si sposta
Il potere non si elimina: si sposta. Quando cade un regime, un capo o un ordine, l'autorità raramente svanisce nel nulla — nei collassi esaminati si disperde, e non sempre si ricompone in un nuovo monopolio: a volte si apre una competizione per ricostituirla, a volte resta frammentata per anni. Chi la vinca non è scritto nelle stelle: dipende dalle istituzioni rimaste in piedi e da chi era già organizzato. Abbattere può essere questione di giorni; costruire un ordine che regga può richiedere decenni — ed è nell'intervallo tra le due cose che si decide quasi tutto.

🎧 21 min — perché il potere non si elimina ma si sposta: da Babilonia all’Iraq, a vincere la gara per il monopolio decaduto è chi era già organizzato.
Nel giugno del 323 a.C., a Babilonia, Alessandro Magno sta morendo. Gli chiedono a chi lasci il regno. Risponde: «τῷ κρατίστῳ» — al più forte.
È la frase più bella mai detta sul vuoto di potere. Ed è quasi certamente apocrifa. La riporta Diodoro Siculo; ma Plutarco, e il racconto dei Diari reali che ci arriva tramite Arriano, descrivono un Alessandro ormai incapace di parlare — e lo stesso Arriano registra la scena della successione come aggiunta di «altri autori», prendendone le distanze. C’è persino una congettura moderna, non dimostrata, che gioca sull’assonanza con il nome di un suo generale: tôi Kraterôi, «a Cratero», invece di tôi kratistôi, «al più forte».
Non è l’unica frase malferma su cui questo principio poggia. La metafora che tutti usiamo — la natura ha orrore del vuoto — viene attribuita ad Aristotele. Ma Aristotele non l’ha mai scritta. Nella Fisica sostiene una cosa diversa e più radicale: che il vuoto non esiste, che non può esistere. La formula latina natura abhorret vacuum è attestata soltanto nel XIII secolo, di origine incerta, e viene poi ripresa da Rabelais. E l’espressione «vuoto di potere», quella che sentiamo ogni sera al telegiornale come se fosse una legge eterna della politica, si affaccia solo nel Novecento: l’Oxford English Dictionary ne data il primo uso politico al 1941.
Quindi ecco la situazione: un’idea antichissima, che viaggia travestita da una citazione apocrifa e da una metafora fisica presa a prestito — e sbagliata. Il che, invece di indebolirla, dice qualcosa di importante. La fortuna della frase può suggerire un bisogno diffuso: credere che la legge del più forte fosse stata dettata da un morente, e non semplicemente accaduta.
Perché qualcosa, in effetti, accade. Ma non è affatto la legge inesorabile che ci hanno raccontato — e capire la differenza è tutta la lezione.
Cos’è: un monopolio che decade, non un’assenza
Max Weber, nella conferenza La politica come professione del 1919, dà dello Stato la definizione che regge ancora oggi: lo Stato è quella comunità umana che rivendica con successo il monopolio dell’uso legittimo della forza fisica entro un dato territorio.
Tenete quella parola: monopolio. Perché se lo Stato è un monopolio della forza, allora un «vuoto di potere» non è affatto un vuoto. È un monopolio decaduto. E un monopolio che decade, tipicamente, non lascia dietro di sé il nulla: apre una gara per il nuovo monopolio. La differenza è tutta lì, e non è una sottigliezza accademica: cambia cosa ti aspetti di vedere il giorno dopo la caduta.
Benjamin Friedman, che di questo principio è uno dei critici più acuti, lo formula con una precisione che vale la pena rubare. I vuoti di potere politici, scrive, «non sono un’assenza di autorità coercitiva; sono la sua dispersione». La capacità coercitiva non evapora: si disperde (Arendt, più avanti, userà «potere» in un senso diverso — opposto alla violenza — di cui terremo conto a suo tempo). E poi — questa è la parte che conta — tende a ri-aggregarsi.
Il principio, nella sua forma volgare, dice: il vuoto si riempie sempre, e lo riempie il peggiore. La prima metà è quasi una tautologia. La seconda metà è falsa come legge, e vera come condizione — vera cioè solo quando si verificano circostanze precise, che vedremo. La forma difendibile è un’altra, ed è meno rassicurante ma più utile:
Il crollo di un’autorità apre una competizione per ricostituirla — e a vincerla tende a essere chi era già organizzato.
Non il più giusto. Non il più votato. Il più pronto. Con un’avvertenza che terremo per tutta la lezione: tende, non deve. La differenza tra questi due verbi è ciò che separa una lezione utile da una profezia.
Se lo Stato è, con Weber, il monopolio dell’uso legittimo della forza, che cosa resta davvero il giorno dopo la caduta di un regime?
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Il meccanismo: perché il mezzo è il posto più pericoloso
Se il principio fosse solo un’impressione storica, non varrebbe una lezione. Ma c’è un fatto quantitativo, ed è controintuitivo abbastanza da meritare attenzione.
Nel 2001, Håvard Hegre e colleghi pubblicano sull’American Political Science Review un risultato influente nella disciplina: le democrazie coerenti e le autocrazie dure hanno poche guerre civili; sono i regimi intermedi i più inclini al conflitto. Non è una curva che sale col grado di libertà, né una che scende. È una U rovesciata: agli estremi si sta relativamente tranquilli, nel mezzo si muore.
Nel 2010 il Political Instability Task Force, con Jack Goldstone alla guida, mette un numero su un esito più ampio di instabilità politica — non solo le guerre civili di Hegre, ma anche i cambi di regime non violenti. Le democrazie parziali con faziosità — regimi a metà, con istituzioni fragili e politica spaccata in fazioni — hanno odds di instabilità complessiva stimate circa trentasette volte quelle delle autocrazie piene (per le sole guerre civili, la stima scende a circa 28,5 volte). Nel campione caso-controllo, usando variabili osservate due anni prima, il modello classificò retrospettivamente correttamente circa l’80% dei casi, su dati che vanno dal 1955 al 2003. E il predittore più forte non è l’economia, non è la demografia, non è la geografia: è il tipo di regime.
Trentasette volte. Fermiamoci un secondo su cosa significa — e su cosa non significa.
Significa che la configurazione politica più pericolosa non è la tirannia consolidata, e non è la democrazia consolidata: è quella di mezzo, istituzionalmente fragile e spaccata in fazioni. È un dato sul tipo di regime, non un cronometro sul giorno dopo la caduta: la «democrazia parziale con faziosità» è una categoria che si misura su come si recluta l’esecutivo e su quanto è fratturata la politica, non l’istantanea dell’interregno. Ma il punto per noi regge lo stesso, ed è il ponte tra le due cose: una casa demolita e non ancora ricostruita suggerisce un’analogia con le transizioni fragili che i dati descrivono. Non nell’ordine vecchio, non in quello nuovo: nel mezzo.
Il meccanismo, sotto, è semplice e brutale. Barry Posen lo chiama dilemma della sicurezza applicato all’interno: quando l’autorità centrale collassa, i gruppi che restano possono trovarsi a comportarsi come Stati in un mondo anarchico. Nessuno può più garantire la sicurezza di nessuno. E allora ciascuno si arma — non per aggredire, ma per non essere aggredito. Il problema è che il tuo armarti difensivo, visto dall’altra parte del muro, è indistinguibile da un armarsi offensivo. Così l’altro si arma. Così può innescarsi una corsa agli armamenti anche senza intenzioni inizialmente aggressive.
Non serve un cattivo. Il vuoto può produrre violenza anche fra persone che non la volevano.
Secondo i dati (Hegre 2001, Goldstone 2010), qual è la condizione politica in cui un paese ha più probabilità di precipitare nella violenza?
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La cattura del capo di un cartello della droga, secondo la ricerca peer-reviewed sul caso messicano, produce quale effetto sulla violenza?
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Le prove: come si riempie un vuoto, in tre continenti e venticinque secoli
Roma: il segreto dell’impero
L’anno è il 68 d.C., Nerone è morto, e Tacito registra il momento esatto in cui il mondo romano capisce una cosa che non avrebbe dovuto capire: «evulgato imperii arcano posse principem alibi quam Romae fieri» — rivelato il segreto dell’impero: che si poteva fare un imperatore anche fuori Roma.
È una delle frasi più pericolose mai scritte. Il 68-69 rivelò che anche le legioni provinciali potevano creare un imperatore fuori Roma; il sostegno militare, già decisivo in precedenti successioni (i pretoriani avevano acclamato Claudio nel 41 contro l’iniziale resistenza senatoria), acquistò così una nuova scala geografica. La stessa dinamica è visibile nell’anno dei quattro imperatori che segue — Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano si succedono nel giro di mesi — e riappare, in condizioni diverse, due secoli dopo nella crisi del III secolo: dall’assassinio di Severo Alessandro (235) all’ascesa di Diocleziano (284), circa cinquant’anni di contesa ricorrente.
Quanti furono gli imperatori, in quei cinquant’anni? Dipende da cosa conti. Se conti solo i principali, poco più di venti; se includi co-imperatori e usurpatori, la Cambridge Ancient History arriva ad almeno cinquantuno persone che ricevettero il titolo imperiale, legittimamente o meno. E qui vale la pena fermarsi: la difficoltà di contarli riflette criteri storiografici diversi — chi include co-imperatori e usurpatori e chi no — e la frequente compresenza di pretendenti concorrenti. Nel 268 l’impero è spaccato in tre entità concorrenti; ci vorrà Aureliano per ricucirlo.
La Cina: quando il Cielo ritira il Mandato
L’Occidente non ha il monopolio di questo principio — e la formulazione cinese è per certi versi più lucida, perché mette al centro esattamente ciò che l’Occidente tende a dimenticare: la legittimità.
Il Libro dei Documenti, testo del primo Zhou occidentale, registra la revoca: 天既遐終大邦殷之命 — «il Cielo ha posto fine al Mandato in favore della grande dinastia Yin». E ne dà la ragione: 惟不敬厥德,乃早墜厥命 — «per difetto della virtù di riverenza, il Mandato cadde prematuramente».
Il Mandato del Cielo (tianming) non è una benedizione perpetua: è una concessione revocabile. E quando è revocata, non lascia un trono vuoto — lo trasferisce. Mencio arriva alla conclusione radicale: 聞誅一夫紂矣,未聞弒君也 — «ho sentito parlare dell’esecuzione del tale Zhou, non ho sentito parlare di regicidio». Chi ha perso il Mandato non è più un sovrano: ucciderlo non è uccidere un re. La sostituzione non è un crimine, è una constatazione.
C’è una sapienza dura, in questo. La teoria cinese non ammette il vuoto: ammette solo il passaggio. E i secoli in cui il passaggio non riesce — il periodo degli Stati Combattenti, quando il re Zhou resta sovrano di nome ma sette Stati si contendono la sostanza fino all’unificazione Qin del 221 a.C. — sono tra i periodi di guerra più lunga e intensa della storia cinese.
Con un paradosso che vale la pena tenere: quei due secoli e mezzo di guerra sono anche la più grande fioritura filosofica della storia cinese. Confucianesimo, daoismo, legismo nascono lì. Quel periodo di disgregazione coincise anche con la formazione di nuovi ordini filosofici. È che il conto lo paga chi ci vive dentro.
Russia 1917: non vince chi ha i voti
Alle elezioni per l’Assemblea Costituente del novembre 1917, i socialisti-rivoluzionari prendono circa il 40% dei voti e 370 seggi. I bolscevichi restano sotto il 25%, con 175 seggi. L’Assemblea si riunisce il 18 gennaio 1918, rifiuta di riconoscere il potere sovietico, e viene sciolta con la forza il giorno dopo.
Lenin, in aprile, aveva già descritto la situazione con una lucidità che fa impressione: accanto al governo provvisorio, scriveva, «è sorto un altro governo» — i Soviet. Doppio potere. E nel doppio potere non vince chi ha ragione, né chi ha i numeri: vince chi ha struttura, e chi è disposto a usarla.
Il vuoto lasciato dallo zar non lo riempì la maggioranza. Lo riempirono i bolscevichi, che pur avendo ottenuto meno del 25% dei voti disponevano di un’organizzazione e di leve coercitive decisive.
La stessa forma si ripete in Iran nel 1979: lo Scià parte il 16 gennaio, Khomeini rientra il 1° febbraio, e fra il 1979 e il 1983, in fasi successive, il clero — la rete più capillare e meglio radicata del paese, quella delle moschee — esclude dal potere gli alleati di sinistra, i nazionalisti, gli intellettuali che la rivoluzione l’avevano fatta con lui: prima la marginalizzazione dei liberali, poi, negli anni seguenti, la repressione delle organizzazioni di sinistra. Chi apre la breccia non è chi la attraversa.
E si ripete in Egitto, con un’ironia quasi didattica: Mubarak si dimette nel febbraio 2011 e consegna il potere al Consiglio Supremo delle Forze Armate. Morsi vince le elezioni, e nell’agosto 2012 nomina ministro della Difesa un generale di nome Abdel Fattah al-Sisi. Il 3 luglio 2013 al-Sisi lo depone. Morsi aveva nominato da sé l’uomo che l’avrebbe rovesciato: il potere, nel 2011, non era stato eliminato. Era stato solo parcheggiato nell’esercito.
Iraq 2003: il vuoto costruito a tavolino
Se il principio avesse un monumento, sarebbe fatto di due fogli di carta.
CPA Order Number 1, «De-Ba’athification of Iraqi Society», 16 maggio 2003, firmato L. Paul Bremer: rimuove dagli incarichi pubblici i quadri del partito Ba’ath. CPA Order Number 2, «Dissolution of Entities», 23 maggio 2003: scioglie l’esercito, l’aeronautica, la marina, la Guardia Repubblicana, il Ministero della Difesa, i servizi di intelligence.
Sette giorni. Due firme. Un paese privato di gran parte del proprio apparato militare e d’intelligence — l’ordine non toccava formalmente polizia e Ministero dell’Interno, ma la capacità di sicurezza dello Stato ne uscì comunque devastata.
Sui numeri le fonti divergono, e la divergenza è essa stessa istruttiva. I militari statunitensi si aspettavano che il primo ordine colpisse circa 6.000 persone; Bremer parlò dell’1% del partito, forse quindici o ventimila; lo studio di James Pfiffner arriva a 85.000-100.000 rimossi, di cui circa quarantamila insegnanti. Per l’esercito, le cifre oscillano tra i 230.000 ufficiali e sottufficiali di un memo interno, i 385.000 effettivi delle forze armate calcolati da Pfiffner (più 285.000 di polizia e 50.000 della sicurezza presidenziale), e i «circa 400.000» che circolano nella stampa. Tre numeri, tre perimetri diversi. Una forbice così larga riflette, più che una misura precisa, la varietà dei perimetri di conteggio relativi a due ordini emanati a sette giorni di distanza.
Il capo stazione della CIA a Baghdad avvertì Bremer con una frase che meriterebbe di stare in ogni manuale di governo: «Entro stanotte avrai spinto nella clandestinità dai trenta ai cinquantamila baathisti». Il generale Ricardo Sanchez definì la politica «un fallimento catastrofico». E George W. Bush, anni dopo, nelle sue memorie: «Migliaia di uomini armati si erano appena sentiti dire che non erano voluti. Invece di arruolarsi nel nuovo esercito, molti si unirono all’insurrezione».
Va detta però una cosa che smonta una semplificazione diffusa. Bremer si difese sostenendo che l’esercito iracheno si era già disciolto da solo, per diserzione di massa. Aveva parzialmente ragione sui soldati — ma a metà maggio 137.000 iracheni si erano già registrati per rientrare nei ranghi, e Colin Powell colse il punto: «Le truppe se n’erano magari andate, ma l’esercito non se ne stava andando. C’era una struttura, lì». L’ordine non sciolse uomini in armi. Rese irreversibile una dissoluzione temporanea, e negò lo stipendio a chi voleva tornare. Distrusse la struttura senza sostituirla.
Sull’anello successivo — «e così nacque l’ISIS» — bisogna essere onesti, perché qui la vulgata corre molto più della prova. È documentato che una quota di quadri militari dello Stato Islamico fosse composta da ex ufficiali iracheni; è documentato che le prigioni americane, Camp Bucca su tutte, misero fisicamente a contatto estremisti religiosi ed ex ufficiali di Saddam. Ma la tesi forte — l’ISIS è l’esercito di Saddam con la barba — è stata attaccata frontalmente nella letteratura specialistica: un articolo peer-reviewed di Craig Whiteside la chiama «mito» già nel titolo, mostrando che quegli uomini furono reclutati dopo un vaglio ideologico — salafiti prima che baathisti — e non plasmarono l’organizzazione. C’è un secondo colpo alla tesi forte. Barak Barfi documenta che la dottrina militare dello Stato Islamico rifiutò selettivamente proprio i tratti baathisti, a partire dal comando rigido e verticale.
La formulazione difendibile è molto più modesta, e va detta con tutte le sue clausole: la dissoluzione delle istituzioni irachene e l’esclusione di massa degli ex quadri ampliarono il bacino di reclutamento e il risentimento, contribuendo — insieme all’invasione, al settarismo del governo Maliki, alle dinamiche jihadiste e regionali — alla crescita dell’ISIS. Il vuoto non è l’unico agente causale, e non «produce» il suo successore: è uno degli ingredienti, e da solo non basta a spiegare nulla. Chi vi racconta questa catena come un domino a due pezzi vi sta vendendo una storia, non una spiegazione.
Libia 2011: un caso emblematico
Gheddafi viene ucciso a Sirte il 20 ottobre 2011. La NATO chiude l’operazione l’ultimo giorno del mese. E poi?
E poi mancò una strategia coerente e adeguatamente sostenuta per il dopo-Gheddafi. È esattamente questo il punto, e a dirlo non è un pamphlet ma la Commissione Affari Esteri della Camera dei Comuni britannica, in un rapporto del settembre 2016: l’intervento limitato a proteggere i civili «era scivolato in una politica opportunista di cambio di regime», e — la frase che vale l’intera lezione — non era sorretto da una strategia per sostenere e dare forma alla Libia del dopo-Gheddafi. Risultato, elencato dalla commissione stessa: collasso politico ed economico, guerra tra milizie e tra tribù, crisi umanitaria e migratoria, violazioni diffuse dei diritti umani, armi del regime sparse per la regione, crescita dell’ISIS in Nord Africa.
I numeri di cosa significhi «riempirsi» sono impressionanti. Nella sola Misurata, la Small Arms Survey registrò 236 brigate distinte, con quasi quarantamila uomini iscritti presso l’Unione dei rivoluzionari — di cui circa ventiduemila effettivamente combattenti, il resto in ruoli logistici o di supporto. Gli omicidi a livello nazionale passano da 87 nel 2010 a 525 nel 2012.
E poi c’è il dettaglio che dovrebbe essere insegnato in ogni corso di scienza politica. Per «integrare» le milizie e disinnescarle, il nuovo governo cominciò a pagarle. I miliziani a libro paga passarono da circa 120.000 a oltre 200.000 — circa l’undici per cento della forza lavoro del paese — mentre chi davvero aveva combattuto nel 2011 era forse un decimo dei registrati. Pagare chi si registrava come miliziano gonfiò gli elenchi e incentivò nuove registrazioni. Il vuoto non crea solo lo spazio per il potere armato: crea l’incentivo a dichiararsi potere armato.
Russia 1917, Iran 1979, Egitto 2011: messi in fila, che cosa mostrano?
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Il canone: chi l’aveva capito, e quando
Machiavelli è il più chiaro di tutti, e la sua formulazione è quella che dovremmo imparare a memoria. Nei Discorsi affronta il caso dei Sanniti, che Roma non distrusse né si conciliò: «pigliando una via di mezzo, disarmandogli e mettendogli sotto il giogo, gli lasciarono andare pieni d’ignominia e di sdegno». La conclusione è una regola di governo che vale la pena isolare dal resto:
Ecco: la via del mezzo di Machiavelli e la U rovesciata di Hegre sono un’analogia retorica, non una convergenza empirica — un filosofo del Cinquecento e un dataset del 2001 che, con metodi opposti e a cinque secoli di distanza, indicano la stessa zona di rischio. L’umiliato-ma-vivo, il disarmato-ma-non-integrato, il regime abbattuto-ma-non-sostituito: l’analogia suggerisce un rischio comune a queste posizioni, senza stabilire che sia sempre la condizione peggiore possibile — ma è un rischio che spesso il conto lo fa pagare a te.
Nel Principe, Machiavelli aggiunge il corollario che riguarda chi il vuoto lo crea per conto terzi: «chi è cagione che uno diventi potente, rovina». E sul perché sia più facile abbattere che costruire:
E Hobbes, nel Leviatano, dà la versione minimale e definitiva. Scrive: «E i patti, senza la spada, sono soltanto parole, e non hanno alcuna forza per dare sicurezza a un uomo». Una regola senza qualcuno che la esegua non è una regola: è un auspicio.
E Michels aggiunge il rovescio, ed è amaro. Scrive: «Chi dice organizzazione, dice oligarchia». Anche i movimenti nati orizzontali generano vertici. Il che suggerisce perché il vuoto tenda a riempirsi di gerarchia anche quando è stato aperto in nome dell’uguaglianza.
Tocqueville osserva la stessa cosa dalla Francia: la Rivoluzione non distrusse l’accentramento amministrativo dell’ancien régime — lo ereditò e lo completò. E Theda Skocpol, oltre un secolo dopo e con un’analisi comparata di Francia, Russia e Cina, generalizza: le grandi rivoluzioni non lasciano un vuoto, producono Stati più centralizzati e più forti di quelli che hanno abbattuto.
E poi c’è Arendt, che dice la cosa più sottile di tutte: «Potere e violenza sono opposti; dove l’uno domina in modo assoluto, l’altra è assente. La violenza appare dove il potere è in pericolo, ma lasciata al proprio corso finisce nella scomparsa del potere». La violenza non genera potere. Lo consuma. Chi abbatte con la forza non ha, per ciò stesso, costruito nulla.
Arendt scrive che «potere e violenza sono opposti». Che cosa aggiunge questa tesi a chi guarda un vuoto di potere?
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Limiti: dove il principio si rompe (ed è più di quanto vorreste)
Questa è la sezione che rende la lezione onesta, e va letta con attenzione — perché il principio, preso come legge, è falso, e chi ve lo vende come legge vi sta quasi sempre vendendo qualcos’altro.
Primo: è quasi una tautologia. Moritz Graefrath, in un articolo del 2025 sulla Cambridge Review of International Affairs, osserva che il «vuoto di potere» è rimasto un concetto sottoteorizzato — nessuna definizione condivisa, nessuna misura, nessuna previsione testabile — pur sostenendo che non sia soltanto un buzzword e proponendo una cornice concettuale per renderlo analizzabile. E Jennifer Keister affonda il colpo: gli «spazi ingovernati» non esistono — l’ordine politico, lì, è semplicemente esercitato da attori diversi dallo Stato. Se nessuno spazio è mai davvero vuoto, allora «il vuoto si riempie sempre» è vero per definizione, e non dice nulla. È la critica più pericolosa, e va guardata in faccia: un principio che non può essere smentito da nessun fatto non è un principio, è una formula magica.
Secondo: il “peggiore” non è l’esito modale. Questo è un dato, non un’opinione. Geddes, Wright e Frantz hanno costruito il dataset di 280 regimi autocratici tra il 1946 e il 2010. Risultato: la caduta di un regime non produce il caos come esito tipico. Circa metà delle transizioni va da un’autocrazia a un’altra — il che, sia detto, non è affatto rassicurante: circa metà dei cambi di regime autocratico sfocia in un’altra autocrazia, non in una democrazia. Ma il warlordismo, l’ISIS, la Somalia non sono la regola. Sono un ramo dell’albero, non il tronco.
Terzo: chi riempie è locale, non il mostro geopolitico. Friedman fa notare che quando gli Stati Uniti si sono ritirati dal Vietnam, dalle Filippine, dall’America Latina, i rivali non si sono precipitati nella breccia: il potere è andato a governi, milizie e insorti locali. La «teoria del vuoto», scrive, è «una vecchia idea imperiale in una nuova, dubbia logica di sicurezza»: serve a giustificare presenze militari permanenti più che a descrivere il mondo. E c’è di peggio — la trappola dell’intromettitore: una potenza interviene, distrugge le strutture amministrative esistenti, e così fabbrica il vuoto che poi invoca per giustificare di restare. La circolarità è perfetta.
Persino Arnold Wolfers, il realista che il concetto contribuì a formalizzare, lo aveva già depotenziato nel 1962. La previsione che l’espansione avvenga ovunque esista un vuoto, scriveva, vale solo dentro un «modello altamente astratto» di puro potere; nel mondo reale non si può più dire che un vuoto di potere non possa durare a lungo.
Quarto, e decisivo: il contro-esempio che sta nello stesso paese. Nel gennaio 1991 Siad Barre fugge da Mogadiscio, e la Somalia diventa il caso da manuale del vuoto: i due comandanti che avevano abbattuto insieme il dittatore — Aidid e Ali Mahdi — si scannano tra loro, e tra il novembre 1991 e il marzo 1992 muoiono circa quattordicimila persone nella sola capitale; la carestia che segue ne uccide, secondo stime che vanno dai duecentomila ai trecentomila.
Ma nello stesso paese, nello stesso anno, dallo stesso collasso, succede anche un’altra cosa. Il 18 maggio 1991, a Burao, dopo tre settimane di assemblea, gli anziani e i sultani dei clan del nord dichiarano l’indipendenza del Somaliland — che da allora è uno degli Stati de facto più stabili del Corno d’Africa, riconosciuto formalmente solo da Israele, dal 26 dicembre 2025.
Stesso vuoto. Esiti opposti. L’accostamento suggerisce che organizzazione e legittimità locali abbiano contribuito alla differenza, insieme ad altre condizioni storiche. Signori della guerra da una parte, assemblee di clan dall’altra. Ed è esattamente ciò che Ken Menkhaus documenta studiando la Somalia: le comunità prive di autorità statale «forgiano sistemi di governo». Il vuoto non resta vuoto — ma non si riempie per forza di mostri.
E allora quando vale? Incrociando fonti diverse — non uno studio unico che le testi insieme, né un modello verificato come tale — emergono quattro possibili fattori di rischio per transizioni instabili, ricavati da letterature distinte. Il percorso vuoto → attore peggiore tende ad attivarsi quando:
- il regime rimosso era personalista, e aveva già svuotato partiti, esercito e società civile;
- la rimozione è violenta, coercitiva o esogena, invece che negoziata o nonviolenta — e qui il dato di Chenoweth e Stephan è netto: le campagne nonviolente riuscite producono democrazie più durature e molto meno ricaduta in guerra civile;
- preesistono povertà e debolezza strutturale dello Stato — Fearon e Laitin, su oltre 127 guerre civili, mostrano che a predire il conflitto non è la diversità etnica ma la fragilità dello Stato: la diversità etnica, da sola, non risulta un forte predittore generale dell’inizio delle guerre civili;
- mancano un patto tra le élite e una burocrazia utilizzabile. È la ricetta, in negativo, delle transizioni riuscite: Spagna dopo Franco, Portogallo, Grecia. Lì il regime cadde e l’amministrazione restò in piedi. Linz e Stepan lo dicono senza giri di parole: una democrazia consolidata ha bisogno di una «burocrazia statale utilizzabile».
Nel 1991 la Somalia e il Somaliland escono dallo stesso collasso con esiti opposti. Che cosa suggerisce l’accostamento?
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Il rovescio morale: perché «meglio il tiranno che il caos» è la conclusione sbagliata
C’è un uso di questo principio che va smontato, perché è quello che ne viene fatto più spesso: visto? Meglio tenersi il dittatore, almeno c’è ordine.
È sbagliato due volte.
È sbagliato empiricamente, perché sono proprio i regimi personalisti — quelli invocati come argine al caos — a rendere più probabile una transizione violenta e instabile. Geddes, Wright e Frantz lo mostrano: i dittatori personalisti tendono a indebolire o subordinare partiti, apparati professionali e società civile — ogni struttura che potrebbe far loro ombra. Quando cade, lascia dietro di sé «pochissima infrastruttura umana». Sono i regimi meno propensi a democratizzare e i più propensi a finire in guerra civile o Stato fallito. Il tiranno fabbrica il vuoto che dice di scongiurare. Gheddafi non fu l’argine contro le 236 milizie di Misurata: lo svuotamento istituzionale che operò in quarant’anni contribuì alle condizioni in cui quelle milizie proliferarono.
Ed è sbagliato filosoficamente. Claude Lefort ha fatto notare che in democrazia il luogo del potere deve restare vuoto: nessuno può incarnare il tutto sociale, nessuno può dire lo Stato sono io. Il posto vuoto non è un difetto del sistema democratico: è la sua definizione. È il totalitarismo che è il tentativo di riempirlo, una volta per tutte, con un corpo solo. Il vuoto simbolico di cui parla Lefort è un concetto diverso dal vuoto di potere empirico di questa lezione, ma il parallelo resta un limite utile all’analogia: chi trattasse «non lasciare mai vuoti» come norma politica assoluta rischierebbe di scrivere la formula del regime che dice di temere.
Il principio non è un argomento per l’ordine a ogni costo. È un argomento per una cosa sola: pianificare la sostituzione, e costruirla prima di abbattere quando è possibile farlo.
Perché l’argomento «meglio tenersi il dittatore, almeno evita il caos» è considerato auto-confutante?
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Conclusione: l’asimmetria che decide tutto
Il rapporto della Banca Mondiale sullo sviluppo del 2011 contiene la frase che riassume questa lezione meglio di ogni metafora fisica: il novanta per cento delle guerre civili dell’ultimo decennio è avvenuto in paesi che ne avevano già avuta una nei trent’anni precedenti. E i paesi che si sono trasformati più in fretta hanno impiegato da quindici a trent’anni per portare le proprie istituzioni a un livello decente.
Ecco l’asimmetria, ed è tutto quello che c’è da portarsi a casa. Abbattere un ordine può essere molto più rapido che costruire istituzioni solide, che nei casi più veloci hanno richiesto 15-30 anni. Il pericolo vive nell’intervallo tra le due cose — e nell’intervallo non si entra mai senza sapere chi ci aspetta dall’altra parte.
Una precisazione che vale quanto la lezione, e che non va persa per amore della formula. Tutto ciò che avete letto qui — i dati di Goldstone, il dataset di Geddes, gli studi messicani — parla di Stati, regimi e organizzazioni criminali. Non dimostra che la stessa legge causale governi un ufficio, un matrimonio o un’abitudine. Quella è un’analogia, non un risultato: usatela per farvi venire la domanda giusta, mai per spacciare una previsione. Chi vi vende una legge della storia valida dai Diadochi al vostro open space vi sta vendendo, appunto, una legge della storia.
Ma la domanda, quella sì, viaggia bene. E non è mai cosa voglio eliminare. È: cosa prenderà il suo posto — e l’ho già costruito?
Se la risposta è no, non stai abbattendo un potere. Stai solo scegliendo il tuo successore a occhi chiusi.
Fin dove arriva davvero questo principio, secondo la precisazione che chiude la lezione?
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Fonti
T1PrimariaTacito, Historiae, Liber I, cap. 4 (ed. C.D. Fisher, Clarendon Press, Oxford 1911). ↗ — consultato il 13/07/2026
T1PrimariaNiccolò Machiavelli, Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, Libro II, cap. 23 (1531). ↗ — consultato il 13/07/2026
T1PrimariaNiccolò Machiavelli, Il Principe, capp. III, V, VI (1513). ↗ — consultato il 13/07/2026
T1PrimariaThomas Hobbes, Leviathan, Part I cap. XIII e Part II cap. XVII (1651). ↗ — consultato il 13/07/2026
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T1PrimariaMencio, Mengzi, 梁惠王下 «Liang Hui Wang II», sez. 8 (trad. James Legge) — Chinese Text Project. ↗ — consultato il 13/07/2026
T1PrimariaAlexis de Tocqueville, L’Ancien Régime et la Révolution, Livre II, chap. II (1856). ↗ — consultato il 13/07/2026
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T1SintesiWorld Bank, World Development Report 2011: Conflict, Security, and Development. ↗ — consultato il 13/07/2026
T1StudioBrian McQuinn, After the Fall: Libya’s Evolving Armed Groups, Small Arms Survey, Working Paper 12, 2012 — il censimento delle 236 milizie di Misurata. ↗ — consultato il 13/07/2026
T1LibroBarbara Geddes, Joseph Wright, Erica Frantz, How Dictatorships Work: Power, Personalization, and Collapse, Cambridge University Press, 2018. ↗ — consultato il 13/07/2026
T1LibroErica Chenoweth, Maria J. Stephan, Why Civil Resistance Works: The Strategic Logic of Nonviolent Conflict, Columbia University Press, 2011. ↗ — consultato il 13/07/2026
T1Robert Michels, Political Parties: A Sociological Study of the Oligarchical Tendencies of Modern Democracy (1911; trad. ingl. 1915), sezione «Final Considerations». ↗ — consultato il 13/07/2026
T2LibroEdward Grant, Much Ado about Nothing: Theories of Space and Vacuum, Cambridge University Press — cap. «Nature’s abhorrence of a vacuum»: la formula natura abhorret vacuum è medievale, non aristotelica. ↗ — consultato il 13/07/2026
T2LibroTheda Skocpol, States and Social Revolutions: A Comparative Analysis of France, Russia, and China, Cambridge University Press, 1979. ↗ — consultato il 13/07/2026
T2LibroI. William Zartman (a cura di), Collapsed States: The Disintegration and Restoration of Legitimate Authority, Lynne Rienner, 1995. ↗ — consultato il 13/07/2026
T2LibroArnold Wolfers, Discord and Collaboration: Essays on International Politics, Johns Hopkins University Press, 1962 — dove il teorico del «vuoto» ne limita da sé la portata. ↗ — consultato il 13/07/2026
T2LibroClaude Lefort, L’invention démocratique (Fayard, 1981) — la democrazia come «luogo vuoto del potere».
T2SintesiCarlo Invernizzi Accetti, Claude Lefort: Democracy as the Empty Place of Power, cap. 4 di Thinking Radical Democracy: The Return to Politics in Post-War France, University of Toronto Press, 2015 — il saggio da cui il concetto di Lefort è stato ripreso qui. ↗ — consultato il 13/07/2026
T2Jennifer Keister, The Illusion of Chaos: Why Ungoverned Spaces Aren’t Ungoverned, and Why That Matters, Cato Policy Analysis 766, 2014. ↗ — consultato il 13/07/2026
T2Benjamin H. Friedman, Bad Idea: Fearing Power Vacuums, CSIS Defense360, 2020. ↗ — consultato il 13/07/2026
T2Barak Barfi, The Military Doctrine of the Islamic State and the Limits of Ba’athist Influence, CTC Sentinel (Combating Terrorism Center, West Point), febbraio 2016. ↗ — consultato il 13/07/2026
T2Clingendael Institute, One Thousand and One Failings: Security Sector Reform in Libya (2011-2018), 2020 — i miliziani a libro paga da ~120.000 a oltre 200.000. ↗ — consultato il 13/07/2026
T2ISPI, Somaliland: 30 Years of De Facto Statehood, 2021 — il contro-esempio nello stesso paese. ↗ — consultato il 13/07/2026
T2Jona Lendering, Diadochi, Livius.org — la frammentazione dell’impero di Alessandro e il problema filologico del τῷ κρατίστῳ. ↗ — consultato il 13/07/2026
T3DivulgazionePatricia T. O’Conner, Stewart Kellerman, Vacuum battles, Grammarphobia, 2008 — fonte divulgativa, citata solo per la datazione OED (1941) del primo uso politico di «power vacuum», che non è stato possibile verificare sull’OED stesso. ↗ — consultato il 13/07/2026
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🎯 80/20 in pratica
L'essenziale in breve
Nei contesti politici e criminali studiati in questa lezione, il potere non si elimina: si sposta. Quando cade un'autorità — un regime, un capo, un cartello — non resta un buco: si apre una gara, e i casi narrati suggeriscono che a vincerla possa essere chi era già pronto — non il più giusto né il più votato, ma il più organizzato. Portata su un capo, una regola o un presidio quotidiano, l'idea resta un'analogia da verificare caso per caso — ma la domanda che suggerisce vale comunque: non cosa voglio eliminare, ma cosa prenderà il suo posto — e l'ho già costruito?
Schema 80/20

| Situazione | Mossa 80/20 |
|---|---|
| Stai per rimuovere una persona, una regola o una struttura che non funziona | Non chiederti se merita di cadere. Chiediti chi eredita, e se esiste già |
| Il successore non esiste ancora, ma la rimozione è urgente | Se puoi rinviare, prepara prima la sostituzione; se la rimozione è urgente, gestisci separatamente continuità e sicurezza |
| Hai già abbattuto e ora sei nell'intervallo | Riempi in fretta con ciò che ha legittimità locale, non con ciò che è comodo per te |
| Qualcuno ti dice «meglio tenersi questo, almeno c'è ordine» | Chiediti se quell'ordine sta impedendo che nasca un'alternativa: se sì, sta fabbricando il caos futuro |
| Devi indebolire un avversario o smettere un'abitudine | La rimozione di un vertice può frammentare alcune organizzazioni invece di spegnerle: valuta il rischio e pianifica la continuità quando è pertinente |
Come applicarlo oggi
- Prendi una cosa che stai per togliere — un responsabile, una procedura, un'abitudine tua, un ruolo in famiglia — e scrivi in una riga chi o cosa occuperà quello spazio entro una settimana. Se la rimozione non è urgente, non saper rispondere è un motivo per pianificarla meglio prima di agire.
- Guarda un vuoto che hai già lasciato: qualcosa che hai smesso di fare o di presidiare. Chiediti se quello spazio sia stato occupato da qualcuno o qualcosa, e se l'esito corrisponda a ciò che avresti scelto.
- Dove lo rivedi, questa settimana? Cerca un solo caso — in ufficio, in politica, in casa — in cui qualcuno sta abbattendo senza aver costruito, e prova a prevedere chi raccoglierà.
Esempi e casi d'uso
- Sul lavoro: si rimuove il manager tossico di un reparto e si esulta. Tre mesi dopo comanda la persona più aggressiva del team, che nessuno ha scelto e che nessuno può rimuovere, perché la rimozione ha creato una gara e l'ha vinta chi era disposto a giocare più duro. Il posto lasciato libero non resta libero.
- In famiglia: si smette una tradizione o una regola perché «è antiquata», senza metterne un'altra. Lo spazio può essere occupato da nuove abitudini o dinamiche informali — l'abitudine peggiore, il silenzio, o la persona più prepotente del tavolo: è utile osservarle e pianificare un'alternativa senza presumere l'esito.
- Con se stessi: si toglie un'abitudine (fumo, social, alcol) senza mettere nulla al suo posto. ==Un'abitudine rimossa può essere sostituita da un altro comportamento: è utile pianificare un'alternativa, senza presumere quale sarà l'esito.==
- In politica: la Libia dopo il 2011 è la versione a grandezza naturale. Gheddafi rimosso, nessuna strategia per il dopo, e nella sola Misurata 236 milizie contate. Il governo prova a disinnescarle pagandole: gli iscritti a libro paga salgono da circa 120.000 a oltre 200.000.
Tips da applicare
- Il test del successore: prima di rimuovere qualunque cosa, prova a nominare ad alta voce chi prenderà il suo posto. Se la frase non ti viene, non hai un piano — hai un desiderio.
- Fuggi la via di mezzo (Machiavelli): o spegnere o carezzare. È un'analogia, non una conferma empirica dei dati citati sopra: lasciare qualcuno umiliato ma vivo, disarmato ma non integrato resta comunque una condizione potenzialmente rischiosa. Può suggerire una domanda anche su un collega scavalcato, ma l'analogia va verificata caso per caso.
- Diffida di chi invoca il vuoto: «se ce ne andiamo si crea un vuoto» è, molto spesso, un argomento per restare — non una descrizione del mondo. Chiediti sempre a chi conviene la previsione di catastrofe.
- Non decapitare: sostituisci. Nei cartelli messicani studiati, la cattura dei vertici ha aumentato la violenza invece di spegnerla — non è una regola dimostrata per ogni organizzazione, ma un rischio da considerare. Se vuoi che qualcosa finisca davvero, valuta di occuparne la funzione invece di limitarti ad abbatterne la testa.
- L'asimmetria da ricordare a memoria: abbattere può richiedere giorni; nei casi nazionali più rapidi esaminati dalla Banca Mondiale, portare specifiche istituzioni da Stato fragile a Stato funzionante ha richiesto da quindici a trent'anni. Ogni volta che la fretta ti sembra un argomento, quella forbice è la risposta.
Il beneficio concreto
Smetti di confondere rimuovere con risolvere. Guadagni la domanda che quasi nessuno si pone prima di agire — e poi chi arriva? — una domanda utile per formulare ipotesi da verificare caso per caso: nelle organizzazioni, nelle famiglie, nelle tue stesse abitudini. È la differenza tra scegliere il proprio successore e ritrovarselo.
Ripassa
Una domanda per parte, senza alternative fra cui scegliere: prova a rispondere a mente, poi apri la Carta. Niente punteggio — girare una Carta non lascia traccia.
Il principio nella sua forma volgare recita: il vuoto si riempie sempre, e lo riempie il peggiore. Che verdetto separato dà la lezione alle due metà di questa frase?Scopri la rispostaNascondi risposta
Risposta
La prima metà è quasi una tautologia; la seconda metà, presa come legge universale, è falsa, ma è vera come condizione, cioè vera solo quando si verificano circostanze precise che il saggio esamina più avanti.
Secondo il meccanismo che Barry Posen chiama dilemma della sicurezza applicato all'interno, perché in un territorio dove l'autorità centrale è appena crollata la violenza può esplodere anche se nessuno dei gruppi coinvolti la vuole davvero?Scopri la rispostaNascondi risposta
Risposta
Perché quando nessuno può più garantire la sicurezza di nessuno, ogni gruppo si arma solo per non essere aggredito, ma visto dall'esterno quell'armarsi difensivo è indistinguibile da un armarsi offensivo: gli altri si armano a loro volta, e la corsa parte da sola, senza che nessuno l'abbia voluta.
In Libia, quando il nuovo governo provò a disinnescare le milizie pagando uno stipendio a chi si registrava come miliziano, che effetto ebbe questa misura sul numero di miliziani a libro paga?Scopri la rispostaNascondi risposta
Risposta
Il numero salì da circa centoventimila a oltre duecentomila, quasi l'undici per cento della forza lavoro del paese, mentre chi aveva davvero combattuto nel 2011 era forse un decimo dei registrati: il sistema gonfiò gli elenchi dei beneficiari e incentivò nuove registrazioni.
Secondo l'osservazione di Tocqueville sulla Francia, ripresa e generalizzata oltre un secolo dopo con un'analisi comparata da Theda Skocpol, come escono di solito gli apparati statali dalle grandi rivoluzioni, rispetto a quelli che le rivoluzioni hanno abbattuto?Scopri la rispostaNascondi risposta
Risposta
Ne escono più centralizzati e più forti, non più deboli: la Rivoluzione francese non distrusse l'accentramento amministrativo dell'ancien régime, lo ereditò e lo completò, e Skocpol mostra che le grandi rivoluzioni tendono a produrre Stati più forti di quelli rovesciati, non un vuoto.
Che cos'è la trappola dell'intromettitore, nella critica alla teoria del vuoto di potere applicata agli interventi militari esterni?Scopri la rispostaNascondi risposta
Risposta
È il circolo per cui una potenza esterna interviene, distrugge le strutture amministrative già esistenti sul posto, e poi invoca proprio il vuoto che ha fabbricato per giustificare la propria permanenza: la causa dell'instabilità e la scusa per restare coincidono.
Secondo Claude Lefort, perché in una democrazia il luogo del potere deve restare vuoto, e che cos'è invece, per contrasto, il totalitarismo?Scopri la rispostaNascondi risposta
Risposta
Perché in democrazia nessuno può incarnare il tutto sociale né dire «lo Stato sono io»: il posto vuoto non è un difetto del sistema, è la sua definizione, mentre il totalitarismo è proprio il tentativo di riempirlo una volta per tutte con un corpo solo.
Secondo il rapporto della Banca Mondiale sullo sviluppo del 2011, quale percentuale delle guerre civili scoppiate nell'ultimo decennio è avvenuta in paesi che ne avevano già avuta una nei trent'anni precedenti?Scopri la rispostaNascondi risposta
Risposta
Il novanta per cento: è il dato che dà corpo numerico all'asimmetria della lezione, insieme al fatto che perfino i paesi che si sono trasformati più in fretta hanno impiegato da quindici a trent'anni per portare le proprie istituzioni a un livello decente.
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